giovedì 2 dicembre 2010

Generazione Risorgimento


Carlo Azeglio Ciampi da Presidente della Repubblica ha posto al centro del suo settennato il tema dell’unità d’Italia. Ha girato tutte le città della penisola, ha parlato direttamente a migliaia e migliaia di italiani, dal nord al sud, e ha rivitalizzato i simboli della nazione, dal tricolore all’inno di Mameli. È da poco uscito “Non è il paese che sognavo”,  libro che raccoglie i pensieri e le considerazioni di Ciampi sopra l’Italia attuale. Dal “taccuino” che raccoglie i colloqui del presidente emerito della Repubblica con Alberto Orioli emergono purtroppo giudizi amari sulla società italiana e molti rimpianti per ciò che non è stato fatto o conservato a dovere. Il Paese in cui viviamo appare molto diverso da quello che sognava  sia chi 150 anni fa si batteva e dava la vita per l’ideale un’Italia unita, sia chi 62 anni fa partecipava alla stesura della Costituzione di uno Stato che doveva provare a rialzarsi unito dopo le tragedie e le distruzioni della seconda guerra mondiale.  
Le riflessioni di Ciampi abbracciano tutti i settori della società italiana: esse spaziano dall’economia all’educazione (“pane dell’anima”), dalla storia alla psicologia del nostro popolo. Particolarmente caro al presidente Ciampi è però il discorso dell’unità nazionale. Nei 150 della nostra Patria egli vede una vitale occasione per recuperare i valori dell’epopea risorgimentale. Nel libro il presidente si rivolge soprattutto ai giovani, e li invita a prendere d’esempio i tanti ragazzi che hanno formato l’Italia col loro sangue. La generazione del Risorgimento era infatti formata da “giovani pieni di passione. Pensiamo a Goffredo Mameli, morto poco più che ventenne. Ai martiri di Belfiore, ai tanti che seguirono Garibaldi tra i Cacciatori delle Alpi e liberarono Varese, Como, Bergamo. La passione di quella generazione era arricchita dal senso di responsabilità, formatosi sulla conoscenza della storia e della nostra cultura”.
Le élite che si sono impegnate nell’impresa di unire l’Italia, hanno interpretato la vera volontà popolare: “il Risorgimento altro non era se non un movimento che, all’inizio dell’Ottocento, richiamandosi alle straordinarie radici di cultura, arte, letteratura seppe interpretare lo spirito dei tempi. Ha dato agli italiani di allora la consapevolezza che quella identità italiana doveva e poteva trasformarsi in qualcosa di più, cioè nell’unità del paese, nell’indipendenza e libertà degli italiani. Questo è il risorgimento: la capacità di rivivere l’identità di un popolo, con una spinta etica che portò a operare affinché quel popolo diventasse unito, indipendente, libero”.
Negli italiani non c’è, e non c’è mai stata la spinta alla secessione. Anzi, quello dell’unità è stato un processo volontario e naturale iniziato ben prima dall’italiano: “per l’Italia la prima Patria è stata la lingua; a differenza che per le altre nazioni, l’italiano non è nato come lingua di una capitale magari imposta all’interi territorio con le armi. È nata da un libro, dalla convergenza di circa 70 dialetti e linguaggi dell’epoca nel valore incommensurabile del testo di Dante”.
In vari passi del libro, Ciampi invita i giovani a non mollare. Il destino del paese è nelle nostre mani, ma per assumere le sue redini dobbiamo immaginarlo diverso, volerlo e lottare ogni giorno per esso. Senza un impegno diretto e concreto di un’intera generazione è impossibile cambiare l’Italia.