domenica 30 gennaio 2011

Ci vuole la rivoluzione


Davvero bella l’intervista di Vittorio Zincone a Pierluigi Battista pubblicata questa settimana su Sette. Da standing ovation il passaggio in cui Pigi (classe ’55) afferma che “la rivoluzione andrebbe fatta contro la mia generazione, non contro la Gelmini. I garantiti tengono fuori i giovani precari”. Un concetto già espresso quest’estate da un suo articolo su Style (il magazine “maschile” del Corriere) intitolato “Ci vuole la rivoluzione” [a lato pagina conservata in agendina, dalla inconfondibile spiegazzatura].
Nella nuova emigrazione fatta di cervelli in fuga, nei partiti in mano da 20 anni alla stessa decadente classe politica, nella disoccupazione giovanile, nel sistema del welfare sbilanciato a favore di chi il posto ce l’ha già (e nullo per chi il posto se lo deve trovare), nella pensione che il precario non avrà e nei contributi che intanto paga a chi la pensione ce l’ha garantita. Lo vediamo ogni giorno. Oggi i giovani vengono sconfitti nel merito: “una nuova rivoluzione deve avere il merito come sua bandiera. Ecco perché i giovani dovrebbero chiedere conto con un certo vigore a noi anziani, abbarbicati alle nostre poltrone, avvinghiati ai nostri immarcescibili «diritti acquisiti», di questa spettacolare ingiustizia. Non invochino cooptazioni, non supplichino spazi magnanimamente concessi: se li prendano”.
Dai partiti, dai giornali e dalle aziende: i giovani da dentro devono far sentire la loro voce. “Senza una robusta spallata meritocratica questo Paese avvizzisce, si avvita, diventa decrepito, non irrorato da nessuna buona idea. Da nessun merito. Da nessun talento”. È ora di darsi una mossa. Ci vuole la rivoluzione.
Diceva: - se vogliamo fare una rivoluzione seria, ci sto. Ma se dopo 'sta riforma Gelmini finisce tutto, beh, c'è qualcosa che non va.

venerdì 28 gennaio 2011

I nipoti di Mubarak


Amara riflessione. Mentre in Italia siamo tutti persi a inseguire le troiette del presidente del Consiglio, sull'altra sponda del mediterraneo la rivolta si estende a effetto domino. Dopo la Tunisia, l'Egitto. Stati autoritari con una sottile vernice parademocratica. Ottimi partner commerciali, questi regimi. Certo, fino all'altro ieri. D'altra parte gli investimenti a basso rischio non tengono conto di censure, oblìo e popoli all'esasperazione. 
Tempi duri per i dittatori, i tempi di twitter. I cortei si possono neutralizzare coi lacrimogeni, le idee meno. La rete si può oscurare, ma i morti ammazzati in piazza sono davanti a noi.    

lunedì 24 gennaio 2011

E anche Severgnini, alla fine, esplose


E alla fine anche lui non ce l'ha fatta più: "ci sono situazioni in cui semplicemente non bisogna stare" e il siparietto di Matrix ad Silvium è una di queste. Così anche un giornalista moderato e intelligente (non certo nato antiberlusconiano) come Beppe Severgnini è esploso, ha detto basta e se n'è andato dallo studio, impotente di fronte alla faziosità dei servizi mandati in onda.  
Secondo la penna del Corriere "i video-messaggi li fanno gli alieni, i dittatori e i Simpson, non i presidenti del Consiglio", i quali dovrebbero rispondere alle domande dei giornalisti e alle accuse dei magistrati in tribunale.  
"L'idea che Ruby, la protagonista della vicenda, sia intervistata dal direttore di due dei settimanali di proprietà del capo del Governo, sulla rete del capo del Governo, per difendere il capo del Governo, e il filmato venga girato sui telegiornali controllati dal capo del Governo è una cosa talmente strabiliante che dovrebbe far sorprendere in una democrazia": a pane e conflitto di interessi viene riempita la pancia degli italiani

Gioventù critica informat(ic)a


Propongo e consiglio la lettura di un interessantissimo articolo a firma di Luigi Zoja (psicoanalista junghiano e scrittore), nel quale vi ho ritrovato alcune mie stesse riflessioni riguardo all'emergere di una nuova coscienza critica giovanile grazie all'interazione tra nuove tecnologie informatiche e informazione. Queste le direttive principali: 
1) Non è vero che i giovani d'oggi siano privi di una coscienza critica politica. Il fatto è che essa non si esprime più come un tempo attraverso "l'azione". Il modello è passato dal Che a Saviano: l'anticonformismo si affida al pensiero e alla sua divulgazione attraverso "la parola";
2) Non è vero che internet limita il sapere, anzi. E' dimostrato che internet incrementa l'attitudine della lettura nei suoi utenti, invogliandoli a passare dal virtuale al libro cartaceo; 
3) Internet si pone come primo antagonista delle televisioni: le nuove generazioni hanno la possibilità di ignorare completamente il mezzo televisivo. I giovani hanno un rapporto diretto e attivo con l'informazione, assai distante dalla passività imposta dalle TV. 
Conseguenze? Il formarsi su internet di una coscienza critica giovanile potrà in futuro influire sulle vicende politiche nazionali. Se i partiti tradizionali non riusciranno a intercettare questi movimenti, trasformandosi anche concettualmente, il rischio (o l'auspicio?) sarà quello di assistere al passaggio del disagio giovanile dalla rete alla piazza, in maniera trasversale. Tunisia, Albania e Belgio non sono poi così lontani.   

Esiste una nuova generazione critica? Esiste. Ma è una realtà di cui non abbiamo un’immagine, proprio perché è nuova sotto tanti aspetti. Una generazione che si sente diversa non solo dalla massa post-ideologica attuale, ma anche dai movimenti ideologici degli anni ’60 e ’70.
I “movimenti” erano estroversi e collettivizzanti. I “giovani critici” di oggi sono introversi e individualizzanti (non individualisti, ma impegnati in un cambiamento che comincia da loro stessi). Non appartengono ad organizzazioni. Ma sono ormai molti (benché pochi se ne rendano conto). Il fenomeno è comune a tutta l’Europa. Ma questa avanguardia nascosta è sorprendentemente fitta in Italia. Il nostro paese, campione dell’inerzia mediterranea descritta da Braudel nella classe politica e in quella accademica, mostra invece fra i giovani un vasto rinnovamento.

domenica 23 gennaio 2011

C'è un finiano eversivo

Silvio Berlusconi, ieri: «Dal 2008 al 2010 Fini, non a caso, ha bocciato tutte le possibili riforme della giustizia, a partire dalla legge sulle intercettazioni. Poi, non a caso, è stata preparata, costruita e messa in atto la scissione di Futuro e Libertà. Il progetto era mettere in minoranza e mandare a casa, sommando i pochi voti a quelli della sinistra, il nostro governo eletto dagli italiani, ma il disegno eversivo è fallito. Ed è a questo punto che è scattata l'operazione giudiziaria».



Credo che i no a lodo Alfano costituzionale, prescrizione breve e legge bavaglio sulle intercettazioni costituiscano il più bel disegno eversivo che Fini e i magistrati potessero organizzare.

Vignetta di Viadelfio

giovedì 20 gennaio 2011

Preghiamo per Silvio


Ieri sera vedendo Maurizio Lupi, ospite a Otto e Mezzo, difendere a spada tratta il capo del suo partito coinvolto in quello scandalo che tutti ormai sappiamo, mi sono chiesto in effetti quale fosse la posizione di Comunione e Liberazione (di cui lui è uno dei membri più famosi e importanti) di fronte al Rubygate. Decido quindi di andare a leggere la versione online del settimanale Tempi, organo di stampa ufficiale di chi si riconosce nel movimento fondato da don Luigi Giussani. Lo stesso giornale che qualche settimana fa aveva titolato in copertina "L'invotabile" con bella immagine di Fini, l'ateo che ha espresso posizioni favorevoli nei confronti di legislazioni che vadano a regolamentare il testamento biologico e le unioni di fatto, oggi si trova a difendere Silvio Berlusconi, in questo modo:

«Ai cattolici, come vado ripetendo a chi mi chiede, dico solo questo e, più avanti, anche qualcos’altro. Dico, primo: state tranquilli, anche se fosse tutto provato quello che ci viene schifosamente anticipato, dite agli amici libertini di Repubblica&Co.: ma non siete voi quelli che sostengono e propagandano ogni santo giorno la morale relativista, non siete voi che denunciate ogni santo giorno la “morale sessuofoba della chiesa” e “la chiesa che si infila nelle lenzuola dei cittadini” eccetera? Non siete voi che insegnate ai giovani ad accoppiarsi liberamente e in tutti i modi possibili tanto meglio è? Non siete voi che dite: accoppiatevi e in caso di “incidente” abortite? E abortite al primo, al secondo, al terzo, al quarto e perfino (versione democrat inglese) al settimo mese? Bene. Eccovi serviti. Ci venite a parlare di “peccato”, voi? Ma, insomma, cosa avreste moralmente da chiedere al Silvio relativista, emancipato sessualmente, privo di senso del limite e del peccato? Che con tutto questo non ha fatto un solo spot a favore del condom?

mercoledì 19 gennaio 2011

Disciplina ed onore

Art. 54, comma 2 della Costituzione Italiana: "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge".


Worst 5 intercettations ever: 
5. "Già ci da una miseria, in più ci vuol ridurre le cene! E’ ora che iniziamo a rubar qualcosa dalla casa". 
Iris
4. "L'ho visto un po' out. Ingrassato. Imbruttito. L'anno scorso stava più in forma. Adesso sta più di là che di qua. E' diventato pure brutto: deve solo sganciare. Speriamo che sia più generoso. Io non gli regalo un cazzo".
 Imma De Vivo
3. "A casa di Berlusconi c'era pure la Minetti con il seno di fuori che baciava continuamente Berlusconi. Maria me lo ha detto: proprio un puttanaio. [..] Bevevano tutte mezzo discinte, Berlusconi si è messo a cantare e raccontare barzellette. C'erano loro tre e 28 ragazze. Tutte ragazze che poi alla fine erano senza reggipetto, solo le mutandine strette. [..] C'erano orge, lì dentro!". 
Carlo Ferrigno, ex Prefetto
2. "Dille di pagarmi tutto quello che vuole. L'importante è che lei chiuda la bocca, che neghi tutto... che io non ho mai visto una ragazza di 17 anni". 
Silvio via Ruby
1. "Noemi è la pupilla, io sono il culo". 
Ruby

martedì 18 gennaio 2011

Due ragazzi


Mohammed al Bouazizi è un ragazzo di 26 anni laureato in lingua e letteratura araba. Dopo molti tentativi di far fruttare il suo titolo di dottore andati a vuoto, si è dovuto arrendere: è costretto a vendere al mercato un po’ di frutta, verdura e legumi. Il 17 dicembre 2010 è con il suo carretto nella Piazza di Sidi Bouzid, cittadina dell’interno tunisino: non potrebbe starci perché non ha il permesso, come tanti. Due poliziotti gli si avvicinano. Gli contestano di essere un abusivo e gli sequestrano tutta la merce, del valore complessivo di 20 euro. Sembra poco ma è tutto il suo capitale. Mohammed disperato prova a protestare in Prefettura, ma non viene neanche ascoltato. Scende le scale del palazzo, lancia un urlo, si cosparge il corpo di benzina e si dà fuoco. Diventa una torcia umana. Muore 17 giorni dopo all’ospedale civile di Tunisi. Inizia così la rivolta per il pane e la libertà in Tunisia. Dice di lui il fratello: «Era un sognatore che grazie ai sacrifici dei nostri genitori era riuscito a laurearsi in lingua e letteratura araba. L´orgoglio di tutti noi. Mia madre non stava nei panni per la gioia. Anche se non riusciva a trovare lavoro, non l´ho mai sentito lamentarsi. Anzi, mi faceva coraggio, vedrai che prima o poi qualcosa succede e per noi le cose si aggiustano». Ma il paese non conosce il merito. Se sei povero, rimani povero. Se non hai agganci, non trovi lavoro. E nemmeno un permesso per un carretto.

Jan Palach è un ragazzo di 21 anni iscritto alla facoltà di filosofia dell’Università Carlo di Praga. Come tanti universitari cecoslovacchi assiste con entusiasmo alla c.d. Primavera di Praga, la stagione riformista e di liberalizzazioni portata avanti dal Partito Comunista Cecoslovacco tra il 5 gennaio e il 20 agosto 1968 e repressa nel sangue dai carroarmati sovietici tra l'impotenza e la vergogna delle democrazie liberali. Il 16 gennaio 1969 Jan si reca in Piazza San Venceslao. Si ferma ai piedi della scalinata del Museo Nazionale. Si cosparge il corpo di benzina e si appicca il fuoco con un accendino. Muore dopo tre giorni di agonia, conservando per tutto il tempo la lucidità. Tra i suoi scritti verrà trovata questa lettera: «Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l'onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l'abolizione della censura e la chiusura del Zpravy [il “Notiziario”, giornale delle forze d’occupazione sovietiche]. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s'infiammerà».

martedì 11 gennaio 2011

"L'Italia c'est moi!"


Dice "non volevamo beghe per il nome con i finiani", ma solo poco tempo fa erano tutti sicuri che il Pdl sarebbe durato almeno altri cinquant'anni. Un'idea fantastica, un altro abile colpo da comunicatore, una scelta forzata o un segnale di megalomania? Silvio ha deciso: il Popolo delle Libertà non si chiamerà più così: si torna allo spirito originario del progetto berlusconiano. A causa degli ex aennini però per strada si è perso il "Forza" e così rimane solamente "Italia".  Scartate le alternative "Avanti, Italia!" (troppo mussoliniano), "Viva l'Italia!" (ormai copyright by De Gregori) e "I Popolari" (democristiano e anche qui ci sarebbero state lungaggini nei tribunali).
Nome nuovo, vita nuova. E che il Pdl sia morto, lo certifica quindi lo stesso Berlusconi. Rotta l'associazione (anche legale) con Fini, è inevitabile che vi saranno ripercussioni riguardo l'organizzazione interna del (quasi) nuovo partito. La percentuale data agli ex colonnelli dovrebbe scendere dal 30 al 20%, teoricamente: si sa infatti che spesso non è così e dove era più forte Alleanza Nazionale si è mangiata Forza Italia. Anche da questo punto di vista urgono armonizzazioni. 
Tornando a quest'"Italia" non so se dirmi più divertito o preoccupato. Divertito perchè me l'immagino a chiedere per chi voti: - per l'Italia. - si vabbè, anch'io voto per l'Italia, nell'interesse dell'Italia, ma tu per chi voti? - Italia e basta. Silenzio imbarazzato. Delirante poi è immaginare lo stesso dialogo all'estero, con un americano o un cileno o uno svedese: chi vota "Italia" verrebbe sicuramente irriso in quanto incapace di comprendere domande basilari. Quando poi gli dici che "Italia" è il nome di un partito questi si mettono a ridere e ti prendono per il culo giustamente. Poi magari capiscono che non stai scherzando e ti chiedono: - ma chi è che ha il diritto di chiamarsi "Italia"? La nazione è di tutti e di nessuno. Come fa ad essere il nome di un partito? Non si può! Il marchio "Italia" non dovrebbe essere protetto dallo Stato, dal Governo? - Già, e secondo te chi governa oggi lo Stato? 
Ecco perchè sono anche preoccupato. Il passaggio logico che vi è sotto è in verità molto semplice: l'uomo, il partito e lo Stato si uniscono. Esperienza totalizzante e assoluta: "l'Italia è di Berlusconi", "l'Italia c'est moi!".

sabato 8 gennaio 2011

Sallusti contro Feltri


Alla fine ne rimarrà uno solo. La guerra tra il Giornale e Libero sembra già essere entrata nel vivo. La parte dell'attaccante spetta ad Alessandro Sallusti, costretto ad inseguire il duo delle meraviglie Belpietro/Feltri. La settimana scorsa aveva dato il via alle danze scrivendo dei dubbi che circondando il presunto agguato al direttore di Libero (il quale la polizia ha appurato essere stato solo una montatura del caposcorta provocata dal suo stato di stress). Oggi Sallusti esce a gamba tesa direttamente sul suo ex direttore. Scrive infatti oggi il neo-direttore del Giornale: "A cambiare bandiera è anche Vittorio Feltri. Il giornalista, fino a ieri tra i più autorevoli sostenito­ri del premier, in un in­contro pubblico a Corti­na, ha detto che Silvio Berlusconi non ha i nu­meri per candidarsi a ca­po dello Stato e che sa­rebbe addirittura meglio che non si ricandidasse neppure a premier. Fini, Bocchino e Di Pietro pos­sono contare su un nuo­vo alleato?".
Parole che avranno fatto venire più di un colpo ai lettori del Giornale (i quali spesso e volentieri sono gli stessi di Libero), e che li mettono con le spalle al muro: "E adesso con chi stiamo?" si staranno chiedendo.
Il quotidiano di Paolo Berlusconi sembra che abbia preso male l'abbandono della nave da parte del capitano Vittorio, il quale già il 10 novembre 2010 aveva dichiarato in un'intervista al Fatto Quotidiano: "Il premier è stanco, confuso, e non ha mantenuto tante cose che doveva fare. Ad esempio le liberalizzazioni. Le province, che sono ancora lì. L’abolizione del valore legale del titolo di studio. Le pensioni… Le tasse non poteva tagliarle ora che c’è la crisi, ma nel 2008".
Si preannuncia un "trattamento Boffo" per il suo stesso creatore, o è solo un consiglio a rientrare nei ranghi e non fare il cattivo, come quello lanciato nei giorni scorsi a Giulio Tremonti, invitato a "non fare il Fini"?

venerdì 7 gennaio 2011

Disoccupazione: il rischio è una rivolta generazionale


Il messaggio di fine anno di Giorgio Napolitano ha ratificato lo stato di emergenza in cui si trovano i giovani italiani nel rapporto col lavoro. Secondo gli ultimi dati Istat il tasso di disoccupazione giovanile è al 28,9%, con un aumento di 0,9 punti percentuali rispetto a ottobre e di 2,4 punti rispetto a novembre 2009. Nel meridione supera abbondantemente il 35%. Si tratta del livello record dall'inizio delle serie storiche a gennaio 2004. Quasi un giovane italiano su tre è disoccupato. Inoltre secondo l’Ocse in Italia arriva quasi al 20% la percentuale dei giovani lasciati indietro, i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che hanno abbandonato la scuola senza un diploma e non lavorano. È il terzo peggiore dato dell’area, dopo Messico e Turchia. Segno che l’istruzione italiana non riesce a gestire in maniera adeguata la transizione scuola-posto fisso. 
A buon ragione il Presidente della Repubblica ha raccomandato che la disoccupazione giovanile diventi l’«assillo comune della nazione», perché in caso contrario l’Italia rischia di perdere la partita del futuro. Che molti giovani guardino con angoscia e preoccupazione il loro futuro è comprensibile. Per la prima volta nel dopoguerra i figli sono destinati a stare peggio e non meglio dei padri. Per carità, questo accade anche nel resto dell’Occidente; ma solo in Italia si fa poco o nulla per porvi rimedio.

martedì 4 gennaio 2011

Grazie mille Authan


Chiude purtroppo oggi uno dei miei blog preferiti, l'Anti-Zanzara, blog con liberi commenti sulla trasmissione radiofonica “la Zanzara” (Radio 24) condotta da Giuseppe Cruciani. Anch’io suo appassionato ascoltatore, da circa un anno e mezzo seguivo costantemente Authan  e le intelligenti e mai banali critiche al crux-pensiero. Ne sono stato un attento lettore quotidiano, anche se un commentatore abbastanza pigro.
Se ne va un gran blog, questo è certo. E mi dispiace veramente un sacco perché ero arrivato al punto di ascoltare la trasmissione di Cruciani solo per contestualizzare e comprendere al 100% ogni sfumatura dei commenti che avrei trovato il giorno dopo nell’Anti-Zanzara. Un ribaltamento delle parti in piena regola. Bisogna tuttavia ammettere che Authan ha ragione quando dice che il livello delle discussioni e degli argomenti alla Zanzara negli ultimi tempi è notevolmente calato: Crux sta rotolando sempre di più verso una forma di infotainment che dà forse troppo spazio alle battute da varietà, e poco a scontri politici duri e sostanziosi. David Parenzo è simpatico, ma non è quella spalla ideale che era Luca Telese. Proprio lui aveva fatto notare una volta in trasmissione quanto invidiasse Cruciani per il fatto che vi fosse un blog che faceva ogni giorno “l’esegesi” del suo pensiero. A parte la bella espressione del giornalista del Fatto, l’Anti-Zanzara faceva molto di più. Prendeva le posizioni del conduttore e le distruggeva, realizzando i sogni di quei molti che pur trovando insopportabile Cruciani e i suoi ragionamenti continuano ad ascoltarli ogni giorno. Vendicava tutti gli sfortunati ascoltatori troppe volte bistrattati in diretta da quell'abilissimo (e un po' stronzo) oratore che è Crux.
Odi et amo. Proprio un rapporto di amore/odio verso la trasmissione di Radio 24 contraddistingueva i molti lettori del blog che da oggi si trovano senza un luogo ormai diventato familiare. Intorno all’Anti-Zanzara si è creata infatti una piccola comunità virtuale che ha ravvivato il blog per tutti i suoi tre anni di vita con interazioni costanti e fruttuose. Che ne sarà in futuro del blog oggi nessuno lo sa. Qualcuno però spera che a volte ritornino. 

domenica 2 gennaio 2011

Viva l'Italia!


“Ho visto antiberlusconiani difendere Berlusconi a un tavolo di tedeschi, e anticomunisti difendere i comunisti italiani a un convegno dell’università di Chicago”. Nel suo nuovo libro (Viva l’Italia!, Mondadori, con prefazione di Francesco de Gregori) Aldo Cazzullo parafrasa Roy Batty per tentare di spiegarci che non è vero che noi italiani non amiamo il nostro paese. È vero il contrario: quando siamo in Italia la dileggiamo continuamente, ma quando andiamo all’estero la difendiamo dalle critiche anche più giuste, offendendoci se qualcuno parla male di lei. D’altronde la mamma è sempre la mamma. Nel nostro caso una mamma giovane, che compie proprio quest’anno 150 anni. 
Il giornalista del Corsera sfrutta l’occasione dell’anniversario dell’unità d’Italia per ricordarci che per fare quest’Italia, dal Risorgimento alla resistenza passando per la Grande Guerra, i nostri trisavoli bisnonni nonni padri hanno dato tutto il sangue che avevano. In particolare il Risorgimento non piace a molti: né ai comunisti, che ne hanno sempre denunciato il carattere conservatore, né ai cattolici, dal momento che il Papa difese fino all’ultimo il proprio potere temporale. Tuttavia esso fu anche un movimento popolare: nel 1948 insorgono tutte le città della penisola, da Milano a Palermo a Venezia e Radetzky è costretto a rioccupare quasi tutte le città venete. Il realtà il Risorgimento è una grande saga, con eroi sconosciuti e grandi uomini “che dopo aver tentato di uccidersi l’un l’altro finiscono per allearsi in nome della stessa causa”. È infatti Cavour, politico morto più povero di quando era entrato in politica, a dire che «Garibaldi ha reso all’Italia il più grande dei servizi che un uomo potesse offrirgli: egli ha dato agli italiani fiducia in loro stessi, ha provato all’Europa che gli italiani sanno battersi e morire sui campi di battaglia per riconquistarsi una patria».