mercoledì 23 febbraio 2011

Back to 1977


C'è un episodio nella storia dell'Msi che sembra fatto apposta per tentare di spiegare cosa stia succedendo oggi nel Fli: è quello di Democrazia Nazionale - Costituente di Destra, partito politico nato nel febbraio 1977 (ma solo in Parlamento) dalla omonima corrente moderata del Msi-Dn. Sotto il profilo politico, la rottura fu motivata con l’indisponibilità di Giorgio Almirante a sostenere in Parlamento il governo monocolore di Andreotti, detto della “non sfiducia”. A giudizio degli esponenti demonazionali, l’astensione avrebbe invece evitato l’accelerazione del processo di convergenza tra Dc e Pci. Tra l'ala parlamentarista più moderata e la base più radicale, Almirante opta per il male minore: quello di perdere per strada un pezzo del vertice, piuttosto che la quasi totalità dei giovani e della base.
«In vista dell’XI congresso del 1977 il partito si spacca in due, con l’ala rautiana che fa blocco intorno al segretario e quella moderata che sogna un partito di destra “a-fascista” pronto per il governo, alleato della Dc. Nei gruppi dirigenti la frattura è verticale, l’esito inevitabile la scissione. Se ne vanno la maggioranza dei deputati (diciassette su trentacinque), più della metà dei senatori (nove su quindici), cinquantun consiglieri provinciali su centoquaranta, il presidente dei deputati, Ernesto De Marzio, quello dei senatori, Gastone Nencioni, tredici consiglieri regionali su quaranta, il responsabile del movimento giovanile, trecentoquindici consiglieri comunali. Eppure, malgrado un simile salasso, il partito resta con il suo leader, non una sola federazione abbandona Almirante. Alle elezioni politiche del 1979, le prime in cui si presenta da solo, il nuovo raggruppamento, che assume il nome di Democrazia nazionale, fa un buco nell’acqua. L’Msi perde qualche punto in percentuale e tira un sospiro di sollievo, assestandosi al 5,3 per cento. Democrazia nazionale, invece, mette insieme lo 0,62 per cento, non raggiunge il quorum e scompare nel nulla, ennesima meteora politica della storia repubblicana» (Luca Telese, Cuori Neri, 2006).
E' paragonabile questo pezzetto di storia missina a ciò che sta accadendo oggi a Fini e al suo Fli? Senza dubbio. Pur essendo un partito neonato, Fli ha già una base solida, con centinaia di circoli in tutta Italia molto spesso animati da giovani. Tramite l'operazione "Generazione Italia" si è iniziato a creare la colonna vertebrale del partito già dall'aprile 2010, reclutando nuove leve. In questi mesi è inoltre emerso un disagio della base nei confronti di alcune delle cosiddette "colombe", restie a comprendere l'impossibilità di continuare a trattare con un Pdl che investe ogni giorno molte delle sue energie economiche e mediatiche nello scopo di screditare e limitare il nascente partito finiano. Restare in questo centrodestra non era più possibile. Si è reso necessario quindi fondare il contenitore di un nuovo centrodestra, il centrodestra del futuro: questo è Fli, un partito oggi piccolo ma già ben strutturato.
Tutti sono utili, nessuno è indispensabile. Fini all'Assemblea Costituente di Milano ha lanciato un segnale chiaro andando a cantare l'inno nazionale insieme ai suoi giovani e non rimanendo sul palco con l'establishment di partito, come da prassi: basta con le lotte tra colonnelli, puntiamo sul rinnovamento. Ciò non vuol dire che tutti i parlamentari di Fli vadano rottamati, anzi. Ma per chi non ha il coraggio di rimettersi in gioco, ricominciando da zero, non c'è posto. Meglio la strada che il Palazzo. Come nel 1977 Almirante, nel 2011 anche Fini sceglie il male minore: perdere qualche pezzo del vertice per ripartire dalla base. Back to the future