mercoledì 8 settembre 2010

Intanto una generazione è andata persa


“Ma dove sono i trentenni e i quarantenni?”. Domanda tragica che negli ultimi tempi ho dovuto pormi due volte: la prima partecipando ad un coordinamento comunale del Pdl, la seconda assistendo alla presentazione nella mia città del Partito della Nazione (la nuova creatura di Casini). Di questi tempi si parla tanto di disaffezione dei giovani verso la politica, ma a mio parere si sbaglia nel considerare questa disaffezione un tratto distintivo dei ventenni. La generazione che veramente la politica ha perso è quella dei nati negli anni settanta e cresciuta nei ruggenti ottanta.
In queste prime settimane di vita, GenerazionItalia mi ha dato la possibilità di guardare da dentro la politica cittadina e di conoscere qualche protagonista. Devo dire che si avverte molto la mancanza della generazione dei trentenni-quarantenni, perchè rende più difficile il dialogo tra i gruppi giovanili e l’establishment di partito, generalmente formato da persone con almeno un cinquantina d’anni, se non di più: il divario culturale è evidente e in qualche modo ripropone dinamiche familiari. Le conseguenza negativa è la chiusura in sé stessa della comunità giovanile anche all’interno di un partito.
Ma perché si è persa questa generazione? La risposta che mi do è duplice. Da una parte ci sono le barriere all’ingresso che la classe politica italiana ha messo tra sé e le nuove leve negli ultimi vent’anni. Questo è un problema che parte dai vertici: la Lega è sempre Bossi, Berlusconi è finora stato l’unico collante per la destra, il PD è ancora D’Alema contro Veltroni.
La ristagnazione della politica italiana ha provocato il riemergere di vicende analoghe a Tangentopoli, forse anche peggiori. Al ricambio che non c’è stato si è così aggiunta la sfiducia crescente nelle istituzioni, ormai viste dalla maggioranza degli italiani come luoghi del malaffare. Dall’altra parte vi sono anche motivazioni sociologiche: quella degli anni ottanta è una generazione vissuta con poche o nulle preoccupazioni, assai diversa da quella precedente di mio padre, la quale ha attraversato gli anni di piombo, la guerra fredda, le tensioni sociali. Da qui anche un minore impegno in politica, cui ha contribuito la parabola discendente delle grandi ideologie.
Se le cose vanno male, i giovani tornano alla politica. La crisi finanziaria (che è crisi del sistema ultraliberista) e l’emergere del problema del lavoro giovanile hanno determinato tra l’altro l’avvicinarsi alla politica da parte della mia generazione, quella dei ventenni. Nel mio circolo di GenerazioneItalia la maggioranza degli iscritti ha meno di trent’anni. Ma a sinistra la stessa dinamica si sta verificando intorno alle fabbriche di Nichi Vendola. Perché questa nuova voglia di partecipazione politica e cambiamento sia canalizzata al meglio servono partiti democratici e meritocratici, che diano opportunità ai giovani, senza però ghettizzarli nei gruppi giovanili. Per questo ripongo grandi speranze nel presidente Fini e in GenerazioneItalia: la nostra opera deve concentrarsi sul cambiare il modo di fare politica oggi in Italia, sia ritornando ad attingere a quella grande cultura di destra che non ci siamo lasciati alle spalle, sia guardando al futuro. Allora potremo recuperare anche quella generazione andata persa.