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martedì 15 novembre 2011

Sic transit gloria mundi


Chissà se nel commentare la sorte di Gheddafi, Silvio Berlusconi stesse pensando solo un po' anche a se stesso. Il tono melanconico dell'ex primo ministro nel videomessaggio dell'altro giorno somiglia a quello del requiem per il dittatore africano, e in generale è stato una costante da un anno a questa parte. Fini, Ruby, il duo Merkel-Sarkozy, i pm milanesi e napoletani, l'Economist: sono stati solo alcuni dei protagonisti della guerra di Silvio. 
Una guerra che ha appassionato il suo governo molto più delle reali condizioni del Paese. L'Italia ha perso almeno un anno di tempo bloccato da un gruppo politico inadeguato alla situazione. Tra uno Scipoloti e una Santanché, il governo meno liberale degli ultimi 150 anni ha tirato a campare vivendo alla giornata, facendo intanto terra bruciata dietro di sé.
Per questo non ho festeggiato molto - a parte un boccale di birra olandese - la caduta di SB. Il timore è che sia arrivata troppo tardi. Il rimorso è quel 14 dicembre 2010, quei tre miseri voti che decretarono con la fiducia in extremis al Governo la sconfitta di Fini e l'inizio dell'agonia per tutto il Paese. E' incredibile quanto le scelte di pochi singoli possano mutare il destino di una Nazione. Se SB fosse caduto il 14/12, molto probabilmente oggi il Governo Monti avrebbe già un anno, qualche riforma importante alle spalle e una stabilità invidiabile. Invece oggi siamo con l'acqua alla gola dopo esser divenuti il principale problema di un'Europa che rischia di colare a picco (non solo però per colpa nostra; vedasi spt al riguardo decisioni franco-tedesche molto egoiste e poco lungimiranti).
"Sono così effimere le cose nel mondo": viene ancora da chiedersi se sia così vero. O meglio, per Gheddafi sicuramente, ma Berlusconi è presente sulla scena politica da 17 anni e ha presieduto 4 governi. Non solo: anche prima di scendere direttamente in campo era grande amico di Craxi e finanziava anche altri partiti oltre ai socialisti. Oggi SB non sarà più un campione, ma intanto è ancora qui. Di certo ci siamo scrollati di dosso un peso (massimo), ma ce ne rimangono molti altri. Tanti gerontoconservatorismi da abbattere. 
In ogni caso, il mio auspicio per i prossimi mesi/anni è che gli italiani smettano di scavarsi la fossa e inizino invece a costruire grattacieli, ripartendo dalle fondamenta.

sabato 5 novembre 2011

In the name of God and Italy

Ci sono 60 milioni di italiani, ma qualcuno di questi è ancora convinto che solo uno di loro, il cittadino Silvio Berlusconi, possa governare l'Italia. La storia insegna però che i così autodefinitisi "uomini insostituibili" hanno spesso e volentieri affondato i loro Paesi. E questo sembra di nuovo essere il caso dell'Italia, in balìa di un uomo (e sottolineo "un": non siamo infatti in presenza di una pluralità di colonnelli armati, come altrove e in altro tempo) che non ammetterà mai di non farcela, di non esserne in grado, di non sapere nemmeno come fare.
La irragionevole resistenza con la quale il cittadino Berlusconi rimane attaccato alla sua poltrona di primo ministro è la più vivida conferma della sua disperazione. Egli sa di essere alla fine e pur di vivere ancora un po', un minuto in più, è pronto a tutto. Anche a far fallire l'Italia. Perchè di questa Italia a lui non gliene può fregare de meno. E' già un cadavere che cammina.

5 novembre, pioggia e fuoco. Tiratelo giù, per dio. 

venerdì 16 settembre 2011

"Non me lo approvano i fascisti. Fini non ci sta".


Ma non era il 'compagno Fini'? E noi non eravamo i 'finiani traditori'?. A parte smascherare tali strumentali accuse, la telefonata dell'ottobre 2009 tra Silvio Berlusconi e Valter Lavitola, da una parte ci mostra un Primo Ministro stanco e costretto a dare retta a faccendieri d'ogni risma, e dall'altra dimostra che, all'origine del conflitto che portò alla scissione di Fli, c'era principalmente il rifiuto finiano di sottoscrivere ulteriori leggi ad persona. 
Fu quindi sulla legalità e sul senso dello Stato che si è spaccò il Pdl. E chi alzò la testa lo fece per dire un coraggioso "basta".

venerdì 22 aprile 2011

Un anno fa


"Il tradimento, che certamente è nel novero dei comportamenti umani poco dignitosi, allinea spesso in coloro che sono adusi all'applauso e in molti casi all'acritica approvazione, salvo poi quando i leader girano le spalle dire tutt'altro. Raramente il tradimento è nella coscienza di chi si assume la responsabilità in pubblico ed in privato di insistere su alcune questioni. Io lo considero un fatto di lealtà".
Gianfranco Fini

giovedì 21 aprile 2011

Berlusconi espulso dal Pdl


La vicenda del candidato a consigliere comunale Roberto Lassini, responsabile dei manifesti "via le BR dalle Procure", è paradigmatica dello stato di confusione e ipocrisia in cui versa il Pdl. All'indomani dell'affisione dei manifesti è scattata la gara a prendere le distanze dal soggetto autore della sortita. La Moratti si è impuntata minacciando il Pdl di trovarsi un altro candidato sindaco ("o io, o Lassini!") mentre il presidente del Senato Schifani ha condannato il gesto "senza se e senza ma".
Ora molta gente non capisce perchè alcuni membri della maggioranza si siano scagliati con tanta foga contro il Lassini, trasformandolo in un vero e proprio capro espiatorio delle colpe del suo leader. D'altra parte il candidato non ha fatto altro che riportare per iscritto alcuni dei messaggi che Silvio Berlusconi lancia ormai da sedici anni, in piena coerenza con la linea politica del suo partito. 
La verità è che all'interno del partito c'è una vasta area moderata che si sente in imbarazzo per l'ideologizzazione delle elezioni amministrative e la ricerca a tutti i costi dello scontro istituzionale. Ma nel momento in cui il Pdl espelle Lassini, espelle lo stesso Berlusconi.

mercoledì 13 aprile 2011

Più uguali degli altri


All’università (cattolica) mi hanno insegnato che il diritto penale italiano è a due velocità: una velocissima riservata alla categoria dei “disperati”, composta da immigrati clandestini, tossicodipendenti e in generale quei criminali abituali che delinquono proprio perché ormai non possono fare altro e una sempre più lenta inerente i crimini dei c.d. colletti bianchi, cioè quelli che hanno i soldi per pagare laute parcelle agli azzeccagarbugli di turno o, ancora meglio, quelli che una mano la politica gliela dà volentieri, magari con una leggina o un decreto ad personam.  
I crimini tipici dei primi sono i furti, le rapine, lo spaccio di droga, l’immigrazione clandestina: reati inevitabilmente reiterabili per chi sopravvive di essi. I “crimini dei ricchi” sono tutt’altra cosa poichè quasi sempre sono reati contro la pubblica amministrazione, reati tributari, fallimentari e tutti quelli che rientrano nel c.d. diritto penale dell’economia: essi presuppongono un lavoro investigativo lungo e complicato. È difficile trovare le prove quando di fronte hai chi fa di tutto per nasconderle e nel farlo può avvalersi di esperti contabili il cui lavoro spesso è proprio creare un meccanismo di “scatole cinesi” che renda impossibile risalire al vertice di certe operazioni. Non è esattamente come inseguire i ragazzini che rubano con la vespa la borsetta all’anziana signora o come il tossicodipendente che ruba oggetti di valore ai suoi parenti perché ha assoluto bisogno di farsi la dose.

giovedì 17 febbraio 2011

Il mondo ci guarda (male)


In novembre sono tornato a Madrid. Come sempre, pressato dalle domande, sono finito a spiegare ad alcuni ragazzi spagnoli il rapporto tra Berlusconi e gli Italiani. Un rapporto malato, fondato su una rivoluzione culturale che ha portato all'anestetizzazione della coscienza civile, ma che la Spagna guarda con particolare attenzione (e le prime pagine dei quotidiani iberici qui sopra lo mostrano molto bene); perchè? Hanno semplicemente paura che un Berlusconi possa capitare anche a loro.

Immagine di Nonleggerlo

giovedì 3 febbraio 2011

Intervista senza intervistatore



La scalata del tg1 è inarrestabile. Con l'intervista di ieri sera a Silvio Berlusconi il direttorissimo Minzolini ha raggiunto una nuova vetta: quella dell'intervista senza intervistatore. Il Premier e il "giornalista" non vengono mai inquadrati insieme, neanche una volta.

martedì 11 gennaio 2011

"L'Italia c'est moi!"


Dice "non volevamo beghe per il nome con i finiani", ma solo poco tempo fa erano tutti sicuri che il Pdl sarebbe durato almeno altri cinquant'anni. Un'idea fantastica, un altro abile colpo da comunicatore, una scelta forzata o un segnale di megalomania? Silvio ha deciso: il Popolo delle Libertà non si chiamerà più così: si torna allo spirito originario del progetto berlusconiano. A causa degli ex aennini però per strada si è perso il "Forza" e così rimane solamente "Italia".  Scartate le alternative "Avanti, Italia!" (troppo mussoliniano), "Viva l'Italia!" (ormai copyright by De Gregori) e "I Popolari" (democristiano e anche qui ci sarebbero state lungaggini nei tribunali).
Nome nuovo, vita nuova. E che il Pdl sia morto, lo certifica quindi lo stesso Berlusconi. Rotta l'associazione (anche legale) con Fini, è inevitabile che vi saranno ripercussioni riguardo l'organizzazione interna del (quasi) nuovo partito. La percentuale data agli ex colonnelli dovrebbe scendere dal 30 al 20%, teoricamente: si sa infatti che spesso non è così e dove era più forte Alleanza Nazionale si è mangiata Forza Italia. Anche da questo punto di vista urgono armonizzazioni. 
Tornando a quest'"Italia" non so se dirmi più divertito o preoccupato. Divertito perchè me l'immagino a chiedere per chi voti: - per l'Italia. - si vabbè, anch'io voto per l'Italia, nell'interesse dell'Italia, ma tu per chi voti? - Italia e basta. Silenzio imbarazzato. Delirante poi è immaginare lo stesso dialogo all'estero, con un americano o un cileno o uno svedese: chi vota "Italia" verrebbe sicuramente irriso in quanto incapace di comprendere domande basilari. Quando poi gli dici che "Italia" è il nome di un partito questi si mettono a ridere e ti prendono per il culo giustamente. Poi magari capiscono che non stai scherzando e ti chiedono: - ma chi è che ha il diritto di chiamarsi "Italia"? La nazione è di tutti e di nessuno. Come fa ad essere il nome di un partito? Non si può! Il marchio "Italia" non dovrebbe essere protetto dallo Stato, dal Governo? - Già, e secondo te chi governa oggi lo Stato? 
Ecco perchè sono anche preoccupato. Il passaggio logico che vi è sotto è in verità molto semplice: l'uomo, il partito e lo Stato si uniscono. Esperienza totalizzante e assoluta: "l'Italia è di Berlusconi", "l'Italia c'est moi!".

mercoledì 29 dicembre 2010

"Fini è Berlusconi!"


L'editoriale di Maurizio Belpietro dal titolo "su Gianfranco iniziano a girare strane storie..." del 27 dicembre è solamente l'ultimo atto di una precisa strategia perseguita ormai da mesi dal Giornale e Libero volta a rovesciare la realtà e il significato delle parole. Ho già fatto notare in passato come si sia giocato sul rovesciamento di termini per far passare l'idea che Fini si sia "autoespulso" dal Pdl, e non "cacciato" come tutti i quotidiani nazionali e internazionali titolarono all'indomani della direzione nazionale che definì le idee del Presidente della Camera "incompatibili" con i valori fondamentali del partito che aveva contribuito a fondare. Idee che tra l'altro erano state esposte già nel 2008 durante l'assemblea fondativa del Pdl, ricevendo scroscianti applausi da parte dei presenti.
Il disegno è chiaro: non essendo più possibile nascondere tutti i conclamati scandali che coinvolgono il nostro Premier, la sua stampa si è specializzata nel dimostrare che tutto ciò che commette Silvio Berlusconi in realtà lo fa anche Gianfranco Fini. Sallusti, Feltri e Belpietro sputtanano scientemente il leader di Fli in modo da poter poi dire: "visto, fa tanto il moralizzatore e il chierichetto, ma poi anche lui è pieno di scheletri nell'armadio: Fini è uguale a Berlusconi". E allora tanto vale tenersi l'originale: più forte, più simpatico, invidiato da tutti per il suo grande feeling con gli Italiani, ma soprattutto l'unico in grado di comandare il Paese.

mercoledì 1 dicembre 2010

La migliore politica estera degli ultimi 150 anni


"Silvio Berlusconi è il nostro miglior amico": più che un chiarimento, da Hillary Clinton è arrivata la classica pezza. Mentre il Segretario di Stato americano lodava l'opera dell'Italia come suo primo alleato, dall'etere traspariva un'atmosfera comunque tesa in seguito alla pubblicazione dei giudizi dell'ambasciata americana sul nostro Premier. 
Quelle trapelate non sono certo cose che gli italiani non sapessero già, anzi. Sembrano tipici segreti di Pulcinella. Che la politica estera berlusconiana indispettisse l'alleato americano c'era da aspettarselo. Che gli USA preferiscano un interlocutore che non sia Berlusconi, lo si evince dai suoi freddi rapporti con l'amministrazione Obama. I bei tempi delle scampagnate texane con George W. Bush sono passati. Ma più che le gag sull'abbronzato presidente afroamericano ciò che spinge gli USA ad avere poca fiducia nell'Italia sono le amicizie pericolose del nostro Presidente del Consiglio con i vari Putin, Gheddafi, Lukashenko. 
La politica estera della pacca sulla spalla (copyright by Italo Bocchino), o dei tarallucci e vino offerti al dittatore di turno non paga nel momento in cui quello che dovrebbe essere il tuo principale alleato ti definisce "incapace, vanitoso, e inefficace come moderno leader europeo" (feckless, vain, and ineffective as a modern European leader). D'altra parte gli USA vedono con sospetto il compagno Vladimir Putin: "un politico autoritario il cui stile maschilista gli permette di andare perfettamente d'accordo con Silvio Berlusconi".

venerdì 29 ottobre 2010

Voce del verbo "bunga bunga"


Dal Grande Dizionario Illustrato Italiano-Berlusconiano, Zanichelli, 2010.
Bunga bunga [vc. dotta, dal gheddafiano unga bunga] s. f. (med.). 1. Viene chiamata in questo modo l'abitudine del padrone di casa d'invitare alcune ospiti, le più disponibili, a un dopo-cena erotico. Donna Ruby racconta che Silvio disse che copiò la formula del "bunga bunga" da Gheddafi, il quale introdusse per primo tale rito del suo harem africano.
2.  Gioco onomatopeico che al di là del senso del grottesco, "viene descritto da Ruby agli esterrefatti pubblici ministeri milanesi con molta vivezza, addirittura con troppa concreta vivezza" (la Repubblica). Si diffonde nelle modalità del sexy e maschilista cerimoniale che è stato raccontato da Mu'ammar Gheddafi e importato tra le risate ad Arcore. La stessa Donna Ruby indica che cosa si faceva e chi lo faceva con un lungo elenco di nomi celebrati e popolari, in televisione o in Parlamento.
3. Brutale stupro anale, inflitto come forma di punizione a chi oltrepassa i territori delle tribù (Urban Dictionary). Si tramanda a tal riguardo la canzone "Silvio (o altro nome di fantasia) ballava nudo al centro della tribù, ma da quando l'ha preso in c**o, Silvio (o altro nome di fantasia) non balla più".
v. tr. Fare bunga bunga, di solito in compagnia, oltre che di giovani avvenenti veline cubiste igieniste dentali ora consigliere regionali, anche di Lele Mora ed Emilio Fede, "ma se non stai attento vai in galera per colpa dell'Af(r)ica" (Elio e le Storie Tese).

martedì 12 ottobre 2010

Bene o male, purché se ne parli


Sono anni che il meglio degli opinionisti politici ci dice che attaccare Silvio Berlusconi sfruttando le inchieste giudiziarie e gli scandali personali è inutile, perchè ciò gli consente di presentarsi come una vittima giustificando gli attacchi che subisce come prove di un disegno eversivo che accomuna toghe rosse e giornali comunisti. Questa visione è condivisa da molti, sia giornalisti che politici, tanto che per riuscire a batterlo si viene sempre consigliati di portare il Cavaliere sul campo di battaglia delle proposte e delle idee (cosa che la sinistra spesso e volentieri non è riuscita a fare, perdendo tre volte).
Oggi che il governo Berlusconi perde consensi e che in due anni è riuscito a fare poche o nulle riforme liberali (vedasi l’Indice delle Liberalizzazioni 2010 a cura dell’Istituto Bruno Leoni), impegnato tra lodi alfano e leggi anti-intercettazioni, qualcosa sembra essersi rotto, forse proprio perché qualcuno all’interno del centro-destra ha portato il dibattito dal piano degli attacchi personali a quello delle idee.
Intanto il continuo crescere di credibilità del presidente della Camera si spiega con la creazione di un vasto movimento culturale (dalla Fondazione FareFuturo a Libertiamo) i cui esponenti rappresentano i suoi uomini più fidati e consiglieri politici. Se da una parte c’è chi scende, dall’altra c’è chi sale: ma allora non è che quella legge non scritta che sconsigliava gli attacchi personali stia ora soffiando a favore di Fini, come prima fece per Berlusconi?

mercoledì 25 agosto 2010

L'importanza di chiamarlo "Caimano"


In principio fu il film di Moretti del 2006: il termine “caimano” entrò per la prima volta nelle sale cinematografiche per indicare Silvio Berlusconi, ma non fu un successo. Chi si aspettava una lunga e appassionata cavalcata delle valchirie contro il berlusconismo rimase deluso. Scontenti furono anche quelli che nel film di Moretti videro niente di più che una commedia (come peraltro annunciato dal regista), con i blocchi dedicati al Presidente a spuntare il contenuto invece di arricchirlo. Invero le sfortunate vicende familiari del simpatico Silvio Orlando appassionavano molto più delle riflessioni sul Premier. 
Quattro anni dopo però il termine “caimano” sembra ormai sdoganato. Non occorre per forza leggere la Repubblica o il Fatto: anche su quotidiani come Corsera e Stampa ogni giorno è possibile trovare parole come “caimano”, “regime”, “dittatore” in riferimento alla politica di Berlusconi. Ma che significato dare alla diffusione di questa terminologia anche tra i giornalisti e gli intellettuali più moderati? Negli ultimi mesi abbiamo dovuto assistere ai violenti attacchi dei falchi berlusconiani contro ogni forma di dissenso, sia politico che culturale. Il caso Boffo è individuabile come lo spartiacque: in quel momento molti cattolici e moderati si sono resi conto di essere di fronte a persone disposte a tutto pur di far tacere il dissenso e le critiche. 
Nelle ultime settimane e giorni il metodo Boffo è diventato regola. Alle delusioni e preoccupazioni espresse da Montezemolo o Famiglia Cristiana non abbiamo visto rispondere sul piano dei contenuti, ma solamente su quello degli sberleffi (“scenda in politica”), e degli insulti volgari (“questa è pornografia”). L’epico dossieraggio condotto dal Giornale della famiglia Berlusconi contro il presidente Fini e le costanti critiche e accuse rivolte al Presidente della Repubblica ci mostrano il volto aggressivo del Pdl, quello che rifiuta ogni dialogo. Quello del Caimano.

venerdì 25 giugno 2010

Brancher, il ministro per legittimo impedimento


Mi scusino il Corriere della Sera e Pierluigi Battista, ma forse una informazione veramente indipendente in certi casi dovrebbe tirare fuori un po' più - fatemi passare il termine - le palle. Che Aldo Brancher sia stato nominato ministro solo ad uso e consumo della recente legge sul legittimo impedimento non è solo un leggitimo sospetto (come scriveva ieri Battista), bensì una certezza, un fatto, una verità. Un giornale così importante dovrebbe trovare il coraggio di descrivere chiaramente i fatti, senza girarci intorno utilizzando sofismi e giri di parole per esprimere una critica, qui lapalissiana e sacrosanta. Il mio legittimo sospetto è allora che ci sia un po' di paura a chiamare da quelle parti le cose come stanno.
"Aldo Brancher, neo ministro del Governo Berlusconi, deve organizzare il ministero e non può essere presente in aula nel processo Antoneveneta nei suoi confronti." Cvd, come volevasi dimostrare: è proprio questa la motivazione depositata dai difensori di Brancher, in vista dell'udienza di sabato prossimo.
Il Premier Silvio Berlusconi ha creato dal nulla un ministero solo per salvare dal processo il suo amico Aldo Brancher (ex dirigente del gruppo fininvest): è così difficile in questo paese dire le cose come stanno? Probabilmente sì. 
Per lui è stato creato il ministero per l'Attuazione del federalismo (ma non è detto che sia questo il nome definitivo, forse diventerà Sussidiarietà e decementramento). Un ministero "pazzesco", senza senso, le cui competenze sono svolte già da almeno altri tre ministeri: Riforme istituzionali (Bossi), Affari regionali e autonomie locali (Fitto), Semplificazione normativa (Calderoli).
L'importante era farlo ministro per godere della illegittima legge sul legittimo impedimento, e così è stato fatto. Brancher non sa ancora nemmeno come si chiamerà il suo ministero e cosa dovrà fare (ammesso che faccia mai qualcosa), ma intanto è probabile che i giudici stralcino la posizione del ministro accusato di appropriazione indebita, e proseguano il processo per la moglie, anch’ella imputata.
E' difficile dire che questi ci prendono per il culo? Probabilmente sì, ma qualcuno deve pur dirlo. O almeno scriverlo.

giovedì 17 giugno 2010

La riforma dell'art. 41 l'ha già fatta l'UE


Mi sorprende e mi sconcerta vedere con quanta foga il ministro Tremonti vada in giro per l'Italia a sostenere che per sancire i principi della libertà d'impresa è necessario modificare la Costituzione. È vero che l'art. 41 è frutto di un compromesso storico tra i padri costituenti, tra il socialismo e il liberalismo, ma certamente pende più verso quest’ultimo. E a farlo pendere ancora di più finanche al liberismo vi è stato negli anni scorsi – fino all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, lo scorso 1 dicembre 2009 – l’art. 4 del Trattato che istituisce la Comunità Europea, il quale prevedeva che la politica economica e quella monetaria degli Stati membri fossero condotte “conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. Cose fra l’altro per nulla in contrasto con i principi espressi dall’art. 41.
Da giurista, qual è a tutti gli effetti essendosi laureato in giurisprudenza presso l’Università di Pavia, il nostro ministro dell’Economia non può ignorare il disposto dell’art. 11 della Costituzione, il quale consentendo “in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”, è stato riconosciuto dalla giurisprudenza costituzionale come la porta d’ingresso del diritto comunitario nel nostro sistema. Inoltre l’art. 117 Cost. ci ricorda come la potestà legislativa sia “esercitata dallo Stato e dalle regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”. Anche guardando all’art. 41 come ad un residuo bellico, bisogna riconoscere che nel tempo il suo valore programmatico è stato assai limitato dal diritto comunitario, il quale è direttamente applicabile nel nostro ordinamento. Si può quindi dire che in verità l’art. 41 è già stato riformato più volte dall’Unione Europea, da ultima lo scorso dicembre.

domenica 2 maggio 2010

Editti bulgari


Sofia, 18 aprile 2002. “L'uso che Biagi... Come si chiama quell'altro? Santoro... Ma l'altro? Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga”.
Roma, 22 aprile 2010. “In questi ultimi mesi e giorni il nostro partito è stato esposto al pubblico ludibrio da parte di presenze in televisione di Bocchino, di Urso, di Raisi!”.

Gli anni passano ma lo stile delle liste di proscrizione rimane il medesimo. Che sia diretto a nemici esterni o questa volta interni. Le somiglianze tra il famoso editto bulgaro che epurò dalla Rai Biagi, Santoro e Luttazzi e quello pronunciato da B. durante il suo intervento alla riunione della Direzione Nazionale del Pdl si sprecano.
In entrambi i casi i soggetti passivi sono persone fermamente critiche con la persona e la politica di B. In entrambi i casi hanno l’avventatezza di manifestare il loro pensiero in televisione. In entrambi i casi vengono scanditi con chiarezza i nomi di chi deve pagare. Tre nomi. Tre colpevoli. Ieri Biagi Santoro Luttazzi. Oggi Bocchino Urso Raisi. Semplice e diretto, come solo Lui sa fare.
Che gli editti una volta emessi vengano eseguiti, si sa. «Non è accettabile che il Presidente del Consiglio chieda la mia testa solo perché ho avuto l’ardire di partecipare a una trasmissione televisiva. Con l’aggravante che avrei rappresentato la “minoranza” del Pdl davanti a milioni di telespettatori. Obama, Merkel, Sarkozy non avrebbero mai nemmeno lontanamente immaginato di fare una cosa del genere». Queste le parole di Italo Bocchino, il primo a saltare, costretto a dare le dimissioni dalla carica di capogruppo vicario dei deputati del Popolo della libertà. Chi sognava di cambiare da dentro il Pdl si è risvegliato bruscamente. Esso è e rimane il partito di una persona. Il suo potere è l’unico collante a tenerlo unito.

domenica 18 aprile 2010

The Berlusconis vs Saviano, ma dov'è la critica?


Oggi Marina Berlusconi ha risposto alla lettera di Roberto Saviano scritta dopo le accuse ricevute da padre. Perchè di accuse si è trattato e non di mere critiche. Secondo le parole di B., "la mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo ma è quella più conosciuta" anche per i film e le fiction che ne hanno parlato, come "le serie della Piovra" e in generale "la letteratura, Gomorra e tutto il resto". Vi è racchiuso un concetto breve e chiaro: raccontare la mafia fa fare brutta figura all'Italia. Fa cattiva pubblicità al nostro paese. 
A prescindere dal fatto che all'estero se c'è qualcuno che fa fare brutta figura è proprio il signor B., mentre sono persone come Saviano quelle che vengono stimate in tutto il mondo, quello che colpisce delle parole del cavaliere è come siano ancorate ad una visione della realtà televisiva e quindi fasulla. Più che il bene dell'Italia a B. sta più a cuore l'immagine del paese. Insomma, B. si comporta uguale uguale ad un pubblicitario (e a ragion veduta, probabilmente è il miglior pubblicitario del mondo). Non penso quindi che le accuse a Saviano possano ascriversi ad una supposta collusione mafiosa, bensì sono la conseguenza del suo modo di vedere la realtà (e manipolarla).
Per quanto riguarda la difesa di Marina, essa parte dall'assunto che condivide le critiche del padre - che brava ragazza, mai una volta che gli vada contro, non come quell'altra lì, come si chiamava, ah sì, Barbara - e rimbrotta a Saviano che non si tratta di censura. Peccato che nella lettera di quest'ultimo la parola censura non compare neanche una volta, e perchè non si sta evidentemente parlando di questo. Marina dice poi che lei e suo padre hanno, come tutti, diritto di critica. Certamente, ma mi chiedo qui dove sia la critica. Secondo Zanichelli una critica è un "esame a cui la ragione sottopone fatti e teorie per determinare in modo rigoroso certe loro caratteristiche". Quindi la teoria dei Berlusconis sarebbe che Gomorra, la Piovra e tutto il resto danno una visione distorta della realtà del paese. Ma dubito che vi siano arrivati tramite un'analisi rigorosa.

giovedì 8 aprile 2010

Un tale Presidenzialismo


“Ora le riforme!”, il grido dei Lombardi alla prima crociata per la campagna elettorale era risuonato forte e chiaro. Bossi aveva tuonato infatti già prima delle elezioni e il popolo padano lo aveva seguito, mettendo nel segreto dell’urna una X sul guerriero. Da Torino a Livorno, dal Piave al Rubicone. Intanto Silvio ertosi da un nuovo predellino smarcandosi i proclami anno domini 2008 (quando la realtà del momento imponeva di occuparsi di urgenze diverse, essendo le truppe dislocate ancora su pochi fronti), non lasciava, ma raddoppiava: “Faremo il presidenzialismo!”. 
Presa come una boutade domenicale, un tale Presidenzialismo cominciava però a serpeggiare tra la stampa al seguito, che arguta si ricordava della vestustade di questa persona, chiamata in causa in passato più volte da - come si chiamava quell'altro signore? – Fini: “E allora lo vedi che il Pdl non è una caserma? Lo vedi che c’è anche qui ad Arcore c’è diversità di pensiero? Non è che quando lo dici tu e quando lo dico io...”
Dinnanzi a tale Presidenzialismo però il popolo si smarriva: “che si può mangiare 'sto presenzialismo?”. Ma tant’era. E per quanto satolla dell’editto presidenzialista, il cavaliere non risparmiava nulla alla sua gente, concedendole anche l’antipasto del legittimo impedimento. Questo veramente amaro.

(nell'immagine Raz Degan, interprete di Alberto da Giussano in Barbarossa, 5 Oscar nel 2009 tra cui miglior sceneggiatura non originale, miglior finanziamento pubblico e premio alla carriera)