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mercoledì 20 aprile 2011

Proposta di dittatura


E tanti cari saluti a Montesquieu.
[Il Pdl propone di cambiare l'art. 1 della Costituzione per sottomettere al Parlamento la Magistratura e il Presidente della Repubblica, ndr]

martedì 1 marzo 2011

La profezia di Calamandrei in difesa della scuola pubblica


[..] Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.

mercoledì 19 gennaio 2011

Disciplina ed onore

Art. 54, comma 2 della Costituzione Italiana: "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge".


Worst 5 intercettations ever: 
5. "Già ci da una miseria, in più ci vuol ridurre le cene! E’ ora che iniziamo a rubar qualcosa dalla casa". 
Iris
4. "L'ho visto un po' out. Ingrassato. Imbruttito. L'anno scorso stava più in forma. Adesso sta più di là che di qua. E' diventato pure brutto: deve solo sganciare. Speriamo che sia più generoso. Io non gli regalo un cazzo".
 Imma De Vivo
3. "A casa di Berlusconi c'era pure la Minetti con il seno di fuori che baciava continuamente Berlusconi. Maria me lo ha detto: proprio un puttanaio. [..] Bevevano tutte mezzo discinte, Berlusconi si è messo a cantare e raccontare barzellette. C'erano loro tre e 28 ragazze. Tutte ragazze che poi alla fine erano senza reggipetto, solo le mutandine strette. [..] C'erano orge, lì dentro!". 
Carlo Ferrigno, ex Prefetto
2. "Dille di pagarmi tutto quello che vuole. L'importante è che lei chiuda la bocca, che neghi tutto... che io non ho mai visto una ragazza di 17 anni". 
Silvio via Ruby
1. "Noemi è la pupilla, io sono il culo". 
Ruby

giovedì 17 giugno 2010

La riforma dell'art. 41 l'ha già fatta l'UE


Mi sorprende e mi sconcerta vedere con quanta foga il ministro Tremonti vada in giro per l'Italia a sostenere che per sancire i principi della libertà d'impresa è necessario modificare la Costituzione. È vero che l'art. 41 è frutto di un compromesso storico tra i padri costituenti, tra il socialismo e il liberalismo, ma certamente pende più verso quest’ultimo. E a farlo pendere ancora di più finanche al liberismo vi è stato negli anni scorsi – fino all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, lo scorso 1 dicembre 2009 – l’art. 4 del Trattato che istituisce la Comunità Europea, il quale prevedeva che la politica economica e quella monetaria degli Stati membri fossero condotte “conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. Cose fra l’altro per nulla in contrasto con i principi espressi dall’art. 41.
Da giurista, qual è a tutti gli effetti essendosi laureato in giurisprudenza presso l’Università di Pavia, il nostro ministro dell’Economia non può ignorare il disposto dell’art. 11 della Costituzione, il quale consentendo “in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”, è stato riconosciuto dalla giurisprudenza costituzionale come la porta d’ingresso del diritto comunitario nel nostro sistema. Inoltre l’art. 117 Cost. ci ricorda come la potestà legislativa sia “esercitata dallo Stato e dalle regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”. Anche guardando all’art. 41 come ad un residuo bellico, bisogna riconoscere che nel tempo il suo valore programmatico è stato assai limitato dal diritto comunitario, il quale è direttamente applicabile nel nostro ordinamento. Si può quindi dire che in verità l’art. 41 è già stato riformato più volte dall’Unione Europea, da ultima lo scorso dicembre.

mercoledì 19 maggio 2010

Perché io spirito liberale scelgo GenerazioneItalia


Sinceramente non credevo che avrei scritto un post simile a così poca distanza di tempo dalla creazione di questo blog. Era il 25 ottobre 2009 quando inauguravo questo sito – cui avevo invitato a contribuire alcuni tra i miei migliori amici – scrivendo di Alberto Manzi e del suo encomiabile impegno ad educare attraverso la televisione tutti quegli italiani che per età, guerre e altre sventure si ritrovavano negli anni sessanta ancora analfabeti. L’esempio del maestro Manzi mi portò alla considerazione di quanto fosse indispensabile per l’Italia riavere gente come lui che insegnasse agli italiani i principi più basilari, non solo della lingua, ma anche della convivenza civile. 
Io credo infatti che questa Italia che amo alla follia abbia assoluto bisogno di una scossa che la faccia uscire dal suo torpore, di un movimento popolare che torni a insegnare e spiegare i valori sui quali deve costruirsi una repubblica: come   dice Gustavo Zagrebelsky, quando le usiamo, dovremmo fermarci un momento a considerare il vero significato delle parole. La res-publica è - lo dice lo stesso nome latino - la cosa di tutti. Quindi una cosa che tutti dobbiamo curare come nostra, tenerla stretta e non buttarla via, mai.
Durante questi mesi curare SpiritiLiberali mi ha consentito di elaborare un pensiero assolutamente critico su come venga gestita oggi la cosa pubblica e su quali non-valori imperversino nelle stanze di chi decide quale eletto dal popolo.

lunedì 3 maggio 2010

Il discorso agli studenti milanesi di Piero Calamandrei (1955)



"La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. È un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo. «La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?». Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino ipaurito domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva a svegiare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda». Quello dice: «Che me ne importa? Unn’è mica mio!». Questo è l’indifferentismo alla politica.

È così bello, è così comodo! è vero? è così comodo! La libertà c’è, si vive in regime di libertà. C’è altre cose da fare che interessarsi alla politica! Eh, lo so anche io, ci sono... Il mondo è così bello vero? Ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi della politica! E la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai.

domenica 20 dicembre 2009

Il processo a Marco Travaglio e la nuova strategia della tensione. Analisi del deficit democratico italiano.


La gogna mediatica che sta subendo Marco Travaglio nella più classica delle tradizioni della nostra televisione da seconda repubblica deve allarmare ogni persona che disprezzi la ricerca di un capro espiatorio in seguito all’aggressione subita da Silvio Berlusconi. In particolare deve preoccupare la costante demonizzazione da parte di certe Istituzioni di quegli organi di stampa più critici nei confronti dell’operato del Governo e delle condotte del premier. Ciò che fugge agli schemi di un confronto democratico in Italia è proprio il fatto che la maggioranza si scagli contro quotidiani e giornalisti come si fa verso un partito di opposizione. E in effetti è proprio la mancanza di un forte partito di opposizione ciò che costa all’Italia in questo periodo un importante deficit democratico. Basta andare a rileggersi i principi basilari di un corso di diritto costituzionale per comprendere come il problema italiano riguardi tutto il sistema politico.
Per spiegarvi quale sia importante il ruolo della minoranza al fine del mantenimento dell’equilibrio democratico, voglio riportarvi un passo del manuale di diritto costituzionale dei professori Roberto Bin e Giovanni Petruzzella, uno dei migliori ed il più utilizzato nelle università italiane: “La regola di maggioranza è intrinsecamente ambigua. Infatti, da una parte, è lo strumento attraverso cui i più sono sottratti alla tirannia dei pochi, dall’altro lato può essere il mezzo attraverso cui i più eliminano i meno. Chi ottiene la maggioranza, infatti, può utilizzarla per adottare i provvedimenti che eliminino i soggetti rimasti in minoranza, sicché esiste il rischio della tirannia della maggioranza. Per contrastare questo pericolo le Costituzioni predispongono vari strumenti di tutela delle minoranze. Del resto, se non ci fossero questi strumenti la stessa regola di maggioranza non potrebbe più operare; infatti, se la maggioranza utilizza il suo potere per eliminare le minoranze, queste ultime reagiscono, lottano per la sopravvivenza, non riconoscono più lo Stato come ordinamento comune e, quindi, intaccano la sua legittimazione, aprendo la via alla disgregazione ed al conflitto violento”.
Se il più grande partito espressione della minoranza non fà opposizione, è un problema per tutta la democrazia, a prescindere dalla ragione per cui non vi riesca: in Italia il PD è certamente più frenato da problemi suoi intestini piuttosto che dall’operato della maggioranza. A tutto ciò si aggiunge l’esproprio al Parlamento del potere legislativo: ormai passano solo decreti del Governo e la media lavorativa dei parlamentari è di poche ore al giorno. Basti pensare all’abuso della fiducia, posta anche sulla legge Finanziaria, la quale si è dovuta blindare a causa di quell’emendamento che permette la vendita all’asta dei beni confiscati alla mafia. In questa legislatura il 90% delle leggi è deciso da Palazzo Chigi.
Ma allora se la minoranza non adempie al suo dovere di opposizione è naturale che la maggioranza debba trovare altri soggetti da attaccare per cercare di mantenere il consenso. Questi soggetti sono appunto i quotidiani non allineati con la linea di governo e la magistratura, incaricata in qualche modo di sopperire al ruolo dell’opposizione, non più in grado di bloccare già in Parlamento leggi palesemente incostituzionali. L’intervento di Cicchitto alla Camera è emblematico del gioco politico in atto: “A condurre la campagna d'odio contro Silvio Berlusconi è un network composto dal gruppo editoriale Repubblica-L'Espresso, da quel mattinale delle procure che è il Fatto, da una trasmissione di Santoro e da un terrorista mediatico di nome Travaglio oltre che da alcuni pubblici ministeri che hanno nelle mani alcuni processi, tra i più delicati sul terreno del rapporto mafia-politica e che vanno in tv a demonizzare Berlusconi”. Ad aggravare ancora di più la situazione italiana è il conflitto di interessi di cui gode il nostro Presidente del Consiglio e del potere (esplicito ed implicito) di cui dispone nei riguardi dei 6 maggiori canali nazionali (con varie sfumature). Siamo un paese dove nei telegiornali i fatti sono stati sostituiti dalle opinioni. Basta accendere la TV per essere sommersi solamente dalle opinioni dei “portavoce”.
Se l’Italia si trova al 73° posto della classifica sulla libertà di stampa di Freedom House ci sarà un motivo: nello specifico siamo considerati “Paese parzialmente libero”, al pari di Tonga e sotto a Benin, Namibia, Capo Verde, Trinidad & Tobago. Il processo imbastito a Marco Travaglio, nel Porta a Porta del 16 dicembre 2009 è diretta conseguenza di questa situazione. I giornalisti che riportano i fatti e che adempiono al loro dovere sono diventati il bersaglio della maggioranza. Solo ieri Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, diceva riguardo la bomba inesplosa ritrovata alla Bocconi: “Certo è che colpisce la coincidenza degli attentati con l'ennesimo attacco alla Costituzione, baluardo della democrazia. Si vuole una Repubblica presidenziale, come quella auspicata da Licio Gelli. Si vuole distruggere la Corte Costituzionale, colpevole di avere bocciato il lodo Alfano. Essa è accusata di essere formata da giudici comunisti scelti da Presidenti filocomunisti.”
Da Vespa il ministro Matteoli interviene aggredendo: “Con Togliatti, nel ’48 avevano le pistole in tasca. Oggi non ci sono più le pistole, ma la parola è più dannosa. La parola è la pistola”. Il messaggio che si vuole lanciare è il seguente: c’è un colpevole oltre Tartaglia. Vespa mostra quindi al pubblico Travaglio, reo di aver difeso genericamente il diritto all’odio (come sentimento personale) durante il Passaparola del 14 dicembre 2009. Al riguardo mi viene in mente un verso degli Afterhours: “anche odiare è un diritto, sai?”. Ma non ditelo alla maggioranza.

(riporto, affinché ognuno dei miei 25 lettori possa guardare e riflettere con la propria testa, il video del processo di Porta a Porta: http://www.youtube.com/watch?v=-zg--isSAR8 e video e testo integrali del Passaparola del 14 dicembre 2009: http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/2009/12/14/la_diretta_con_marco_travaglio.html)