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giovedì 17 giugno 2010

La riforma dell'art. 41 l'ha già fatta l'UE


Mi sorprende e mi sconcerta vedere con quanta foga il ministro Tremonti vada in giro per l'Italia a sostenere che per sancire i principi della libertà d'impresa è necessario modificare la Costituzione. È vero che l'art. 41 è frutto di un compromesso storico tra i padri costituenti, tra il socialismo e il liberalismo, ma certamente pende più verso quest’ultimo. E a farlo pendere ancora di più finanche al liberismo vi è stato negli anni scorsi – fino all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, lo scorso 1 dicembre 2009 – l’art. 4 del Trattato che istituisce la Comunità Europea, il quale prevedeva che la politica economica e quella monetaria degli Stati membri fossero condotte “conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. Cose fra l’altro per nulla in contrasto con i principi espressi dall’art. 41.
Da giurista, qual è a tutti gli effetti essendosi laureato in giurisprudenza presso l’Università di Pavia, il nostro ministro dell’Economia non può ignorare il disposto dell’art. 11 della Costituzione, il quale consentendo “in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”, è stato riconosciuto dalla giurisprudenza costituzionale come la porta d’ingresso del diritto comunitario nel nostro sistema. Inoltre l’art. 117 Cost. ci ricorda come la potestà legislativa sia “esercitata dallo Stato e dalle regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”. Anche guardando all’art. 41 come ad un residuo bellico, bisogna riconoscere che nel tempo il suo valore programmatico è stato assai limitato dal diritto comunitario, il quale è direttamente applicabile nel nostro ordinamento. Si può quindi dire che in verità l’art. 41 è già stato riformato più volte dall’Unione Europea, da ultima lo scorso dicembre.

domenica 16 maggio 2010

Non è un paese per giovani


In Olanda e in altri paesi europei a vent’anni i giovani lasciano le proprie famiglie e iniziano ad avere loro responsabilità nella gestione della vita quotidiana. In Italia invece è considerato normale che un giovane di trent’anni viva ancora con i suoi genitori. Le tappe verso il passaggio alla vita adulta, come finire gli studi, cercare lavoro, uscire dalla famiglia, formare una coppia stabile e avere dei figli, si stanno dilatando nel tempo. La flessibilità del lavoro e la mancanza di interventi sociali fanno sì che se un giovane con un contratto a tempo determinato rimane senza lavoro, molto spesso è costretto a tornare a vivere con i suoi genitori.
L’economia italiana è in declino, e i primi a denunciarlo sono gli stessi industriali. Conserviamo il debito pubblico più alto di tutta l’Unione Europea, e questo contribuisce a impedirci di fare le riforme necessarie per rilanciare la nostra economia. La crisi finanziaria del 2007/2008 è piovuta sul bagnato: negli ultimi 15 anni l’Italia è cresciuta meno degli altri paesi europei.
La classe politica è vecchia, anacronistica, attaccata ai suoi scranni. L’Italia è l’unico paese dove quando si perdono le elezioni non si cambiano i leader, ma il nome del partito. Di fronte al fallimento, la parola “dimissioni” non esiste. Così che gli stessi che comandavano 20 anni fa, comandano ancora oggi. In politica, nelle università e nel lavoro i giovani sono mal visti, come dei potenziali avversari, come quelli che ti possono rubare il potere. In questa situazione ai giovani rimangono due soluzioni: la prima è andarsene, cercando gratificazioni in altri paesi; la seconda è rimanere e aspettare l’estinzione dei dinosauri.
Siamo vicini all’esplosione di conflitto intergenerazionale? E’ probabile. Tuttavia quello che so con certezza è che oggi i giovani italiani iniziano ad essere molto stanchi dell’immobilità del paese nel quale vivono. Ci sono molti segnali di una voglia generale di cambiare. Il problema che abbiamo di fronte però non è piccolo: non si trova chi possa raccogliere questa voglia di cambiamento.

(fonte immagine: l'Espresso)

lunedì 10 maggio 2010

O si fa l'Europa o si muore


Se Garibaldi fosse oggi un economista probabilmente muterebbe le sue storiche parole "qui si fa l'Italia o si muore!" in un più moderno "qui si fa l'Europa o si muore!". La ripresa che si è avuta oggi la si deve infatti ad una decisione storica destinata forse a cambiare le future sorti della UE non solo da un punto di vista economico, ma anche politico. Come scrive oggi infatti Andrea Bonanni su Repubblica, nel momento in cui scommette 750 miliardi di euro "sul proprio impegno a non permettere il fallimento di nessun paese della zona euro, di fatto l'Unione monetaria si impegna in una partita di solidarietà che inevitabilmente mette tutti i bilanci nazionali sulla stessa barca". Il colossale piano di salvataggio messo in atto potrebbe essere la spinta verso una politica fiscale comune, preludio ad una futura unione politica.
Tuttavia la sensazione che abbiamo oggi è che forse questo piano poteva essere varato ben prima. La Germania si è presa troppo tempo prima di dare il suo assenso ad una manovra che sembrava necessaria già tre mesi fa, quando si decise che bisognava fare qualcosa per la Grecia. Angela Merkel non ha capito che bisognava muoversi prima che arrivassero gli speculatori a colpire l'euro: timorosa di perdere consensi interni ha anteposto le elezioni del Nordreno-Westfalia alle priorità dell'europa. Perdendo comunque: forse sarebbe stato meglio concedere gli aiuti già tre mesi fa, e presentarsi alla prova elettorale del Land più popoloso di Germania come salvatrice dell'europa con tutto il tempo per recuperare lo svantaggio.

giovedì 6 maggio 2010

Il piano americano per affondare l’Euro


Il 27 aprile Standard & Poor’s declassa il debito greco da BBB a BB+, cioè "junk" (spazzatura). Lo stesso giorno declassa il rating a lungo termine del Portogallo ad A- da A+. Il 28 aprile la stessa società di rating colpisce anche la Spagna tagliando il suo merito di credito e portandolo ad AA dal precedente AA+. Oggi entra in scena Moody’s lanciando un allarmistico proclama secondo il quale il pericolo che la crisi greca coinvolga altri paesi europei, comprese le banche italiane, è concreto. Di diverso avviso è però Fitch, la terza grande agenzia di rating, la quale – per ora – dichiara che l’Italia reagisce bene alla crisi ed il suo rating avrà un andamento stabile nel prossimo futuro. Tuttavia lo strillone di Moody’s oggi ha fatto perdere a Piazza Affari il 4,26%. L’euro è scivolato a 1,27 dollari, record negativo annuale. E proprio l’euro sembra essere il vero obiettivo degli speculatori.
Erano i primi di febbraio quando al numero 100 della 63ª strada di Manhattan si sedettero per una cena insieme le migliori menti speculative americane, compresi gli emissari dei tre gestori di hedge fund più ricchi e potenti del mondo: George Soros, John Paulson e Steven Cohen. Tutti insieme a parlare di euro. La notizia non era stata per nulla nascosta, anzi. Solo oggi però vediamo quel piano messo in pratica. Sembra proprio che la moneta unica europea abbia avuto in questi anni troppo successo, tanto da rimpiazzare in molte parti del mondo il dollaro, e che per questo vada punita.
La strategia messa a punto quell’8 febbraio dentro il ristorante Park Avenue Winter è molto sofisticata e parte dalle speculazioni sui debiti sovrani dei Piigs. L’obiettivo degli speculatori americani, e soprattutto di Soros - autore recentemente di una feroce campagna di stampa contro l’euro - è riportare il dollaro alla parità con l’euro, per consentirgli di riguadagnare il suo ruolo di moneta guida mondiale, un tempo indiscusso.