Visualizzazione post con etichetta italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta italia. Mostra tutti i post

sabato 17 settembre 2011

L'apartheid italiano nel mercato del lavoro


Per descrivere il dualismo oggi esistente in Italia nel mercato del lavoro è ormai lecito e non eccessivo parlare di "apartheid". In Sudafrica esso fu un regime razziale supportato da una motivazione culturale prima che economica molto robusta, ovvero la necessità che una minoranza ricca ed estremamente capitalizzata, quella bianca, rimanesse proprietaria della maggior parte delle risorse salvaguardando i propri privilegi e il proprio dominio su una popolazione nera, la stragrande maggioranza, affamata non solo dal punto di vista alimentare ma anche e soprattutto da quello della ricerca di opportunità. 
In italia è presente oggi un regime di apartheid forse più sfumato ma comunque inflessibile: difatti di fronte ad una fetta di garantiti e tutelati che va via via assottigliandosi col tempo abbiamo una fascia sempre più grande di esclusi e non garantiti, di precari. 

lunedì 21 febbraio 2011

Ich bin ein libysch

Tra un dittatore che paga mercenari e fa sparare razzi e bombe sulla folla, e un popolo che scende in strada per chiedere una ripartizione delle ricchezze del paese più giusta e più libertà, non bisognerebbe rimanere neanche un minuto a pensare da che parte stare.

Fermo da Repubblica.it. 

martedì 15 febbraio 2011

A new start


A new start. Un nuovo inizio. A Milano due giorni fa è nato Futuro e Libertà. Io c'ero. Come c'ero a Mirabello, Bastia Umbra, Bologna. C'ero perché questa Italia che amo si sta perdendo per strada, consumata da odio e invidia. Bloccata da caste corporazioni baronati. Spogliata da corrotti corruttori rapaci. Ingannata da mercanti di bugie. Ferma per colpa di una classe politica che, chiusa nei suoi palazzi, attaccata ai suoi scranni, ha perso il più assoluto contatto con il paese reale. I ladri di oggi non stanno per strada, ma siedono nei consigli di amministrazione delle società partecipate.
Il prezzo che i buoni pagano per l'indifferenza agli affari pubblici è essere governati dai malvagi. Lo diceva Platone. Mica uno scemo qualsiasi. 
Molti si chiederanno perchè Futuro e Libertà, perchè Fini. Io risponderò perchè è l'unico partito, l'unico insieme di donne e uomini che sta dimostrando di volere un serio ricambio generazionale, senza imposizioni di capi e capetti dall'alto. Qui si può costruire qualcosa. Qui i giovani verranno valorizzati. Qui si faranno i congressi e la base sceglierà i dirigenti locali. Qui si difenderà la legalità, si supererà il populismo per riunire la nostra Patria. Si spegnerà la televisione e si accenderà il web. Si sosterranno riforme per lasciarci indietro il nuovo medioevo italiota. Si punterà sulla cultura, perchè la scuola è la società e l'ignoranza è forza per chi ci governa. Da qui partiremo per riprenderci l'Italia.

Cambierò io e cambierà un po' anche questo blog. Meno di quegli articoli lunghi che leggiamo solo la domenica al bar, più idee e segnalazioni. Meno commenti, più riflessioni. Più futuro. Più libertà. E, si spera, meno Berlusconi. 

martedì 11 gennaio 2011

"L'Italia c'est moi!"


Dice "non volevamo beghe per il nome con i finiani", ma solo poco tempo fa erano tutti sicuri che il Pdl sarebbe durato almeno altri cinquant'anni. Un'idea fantastica, un altro abile colpo da comunicatore, una scelta forzata o un segnale di megalomania? Silvio ha deciso: il Popolo delle Libertà non si chiamerà più così: si torna allo spirito originario del progetto berlusconiano. A causa degli ex aennini però per strada si è perso il "Forza" e così rimane solamente "Italia".  Scartate le alternative "Avanti, Italia!" (troppo mussoliniano), "Viva l'Italia!" (ormai copyright by De Gregori) e "I Popolari" (democristiano e anche qui ci sarebbero state lungaggini nei tribunali).
Nome nuovo, vita nuova. E che il Pdl sia morto, lo certifica quindi lo stesso Berlusconi. Rotta l'associazione (anche legale) con Fini, è inevitabile che vi saranno ripercussioni riguardo l'organizzazione interna del (quasi) nuovo partito. La percentuale data agli ex colonnelli dovrebbe scendere dal 30 al 20%, teoricamente: si sa infatti che spesso non è così e dove era più forte Alleanza Nazionale si è mangiata Forza Italia. Anche da questo punto di vista urgono armonizzazioni. 
Tornando a quest'"Italia" non so se dirmi più divertito o preoccupato. Divertito perchè me l'immagino a chiedere per chi voti: - per l'Italia. - si vabbè, anch'io voto per l'Italia, nell'interesse dell'Italia, ma tu per chi voti? - Italia e basta. Silenzio imbarazzato. Delirante poi è immaginare lo stesso dialogo all'estero, con un americano o un cileno o uno svedese: chi vota "Italia" verrebbe sicuramente irriso in quanto incapace di comprendere domande basilari. Quando poi gli dici che "Italia" è il nome di un partito questi si mettono a ridere e ti prendono per il culo giustamente. Poi magari capiscono che non stai scherzando e ti chiedono: - ma chi è che ha il diritto di chiamarsi "Italia"? La nazione è di tutti e di nessuno. Come fa ad essere il nome di un partito? Non si può! Il marchio "Italia" non dovrebbe essere protetto dallo Stato, dal Governo? - Già, e secondo te chi governa oggi lo Stato? 
Ecco perchè sono anche preoccupato. Il passaggio logico che vi è sotto è in verità molto semplice: l'uomo, il partito e lo Stato si uniscono. Esperienza totalizzante e assoluta: "l'Italia è di Berlusconi", "l'Italia c'est moi!".

lunedì 21 giugno 2010

Amedeo Guillet, l'ultimo Cavaliere


Avevo scoperto la sua storia una notte d'estate con un documentario de La storia siamo noi, su RaiTre. Era nato nella mia città, Piacenza, il 7 febbraio 1909. Era figlio sia del nord che del sud, di genti piemontesi e capuane. La sua gioventù l'aveva donata all'Italia, iscrivendosi all'Accademia Militare di Modena, da cui uscì con i gradi di sottotenente di Cavalleria nel 1931. Veniva chiamato Cummandar as Shaitan, Comandante Diavolo, e Ahmed Abdallah al Redai, ma il suo vero nome era Amedeo Guillet. 
Scriveva di lui il grande Indro Montanelli: "se, invece dell'Italia, Guillet avesse avuto alle spalle l'impero inglese, sarebbe diventato un secondo Lawrence. È invece soltanto un Generale, sia pure decorato di medaglia d'oro, che ora vive in Irlanda, perché lì può continuare ad allevare cavalli e (a quasi novant'anni) montarli. Quando cade e si rompe qualche altro osso (non ne ha più uno sano), mi telefona...". 
Lo storico Sergio Romano lo descriveva come "uno dei più audaci e spericolati ufficiali di cavalleria dell'esercito italiano in Africa Orientale. Dopo la disfatta del 1941, Guillet non volle abbandonare il Paese e divenne capo di una banda di cavalieri eritrei, etiopici e arabi, la Gazelle Force, che continuò a combattere dietro le retrovie dell' esercito britannico. Vestiva panni arabi ed era accompagnato da una giovane donna, figlia di un capo, bella, orgogliosa, audace come un guerriero. Cominciò così una caccia alla volpe in cui la volpe sbucava improvvisamente dalla boscaglia per colpire il cacciatore e scompariva all' orizzonte in una nuvola di polvere e sabbia. Qualche mese dopo, inseguito dagli inglesi, dovette nascondersi a Massaua. Era piccolo, asciutto, aveva i baffi, la barba corta, i capelli neri, sopracciglia folte, la carnagione piuttosto scura e parlava arabo. Non si chiamava più Guillet, ma Ahmed Abdallah al Redai. Per sopravvivere e sottrarsi alle ricerche degli inglesi fece l' acquaiolo sino al giorno in cui, aiutato dai suoi amici indigeni, poté attraversare il Mar Rosso e trovare rifugio nello Yemen dove strinse amicizia con la famiglia regnante. Quando vi tornò, molti anni dopo, come ministro d' Italia, l' Imam a cui presentò le sue credenziali, lo guardò con un sorriso e gli disse: «Sei tornato a casa finalmente»."

giovedì 10 giugno 2010

Il discorso di Pericle agli Ateniesi (461 a.C.)



Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo
viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro
dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di
altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una
ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

domenica 16 maggio 2010

Non è un paese per giovani


In Olanda e in altri paesi europei a vent’anni i giovani lasciano le proprie famiglie e iniziano ad avere loro responsabilità nella gestione della vita quotidiana. In Italia invece è considerato normale che un giovane di trent’anni viva ancora con i suoi genitori. Le tappe verso il passaggio alla vita adulta, come finire gli studi, cercare lavoro, uscire dalla famiglia, formare una coppia stabile e avere dei figli, si stanno dilatando nel tempo. La flessibilità del lavoro e la mancanza di interventi sociali fanno sì che se un giovane con un contratto a tempo determinato rimane senza lavoro, molto spesso è costretto a tornare a vivere con i suoi genitori.
L’economia italiana è in declino, e i primi a denunciarlo sono gli stessi industriali. Conserviamo il debito pubblico più alto di tutta l’Unione Europea, e questo contribuisce a impedirci di fare le riforme necessarie per rilanciare la nostra economia. La crisi finanziaria del 2007/2008 è piovuta sul bagnato: negli ultimi 15 anni l’Italia è cresciuta meno degli altri paesi europei.
La classe politica è vecchia, anacronistica, attaccata ai suoi scranni. L’Italia è l’unico paese dove quando si perdono le elezioni non si cambiano i leader, ma il nome del partito. Di fronte al fallimento, la parola “dimissioni” non esiste. Così che gli stessi che comandavano 20 anni fa, comandano ancora oggi. In politica, nelle università e nel lavoro i giovani sono mal visti, come dei potenziali avversari, come quelli che ti possono rubare il potere. In questa situazione ai giovani rimangono due soluzioni: la prima è andarsene, cercando gratificazioni in altri paesi; la seconda è rimanere e aspettare l’estinzione dei dinosauri.
Siamo vicini all’esplosione di conflitto intergenerazionale? E’ probabile. Tuttavia quello che so con certezza è che oggi i giovani italiani iniziano ad essere molto stanchi dell’immobilità del paese nel quale vivono. Ci sono molti segnali di una voglia generale di cambiare. Il problema che abbiamo di fronte però non è piccolo: non si trova chi possa raccogliere questa voglia di cambiamento.

(fonte immagine: l'Espresso)

giovedì 6 maggio 2010

Il piano americano per affondare l’Euro


Il 27 aprile Standard & Poor’s declassa il debito greco da BBB a BB+, cioè "junk" (spazzatura). Lo stesso giorno declassa il rating a lungo termine del Portogallo ad A- da A+. Il 28 aprile la stessa società di rating colpisce anche la Spagna tagliando il suo merito di credito e portandolo ad AA dal precedente AA+. Oggi entra in scena Moody’s lanciando un allarmistico proclama secondo il quale il pericolo che la crisi greca coinvolga altri paesi europei, comprese le banche italiane, è concreto. Di diverso avviso è però Fitch, la terza grande agenzia di rating, la quale – per ora – dichiara che l’Italia reagisce bene alla crisi ed il suo rating avrà un andamento stabile nel prossimo futuro. Tuttavia lo strillone di Moody’s oggi ha fatto perdere a Piazza Affari il 4,26%. L’euro è scivolato a 1,27 dollari, record negativo annuale. E proprio l’euro sembra essere il vero obiettivo degli speculatori.
Erano i primi di febbraio quando al numero 100 della 63ª strada di Manhattan si sedettero per una cena insieme le migliori menti speculative americane, compresi gli emissari dei tre gestori di hedge fund più ricchi e potenti del mondo: George Soros, John Paulson e Steven Cohen. Tutti insieme a parlare di euro. La notizia non era stata per nulla nascosta, anzi. Solo oggi però vediamo quel piano messo in pratica. Sembra proprio che la moneta unica europea abbia avuto in questi anni troppo successo, tanto da rimpiazzare in molte parti del mondo il dollaro, e che per questo vada punita.
La strategia messa a punto quell’8 febbraio dentro il ristorante Park Avenue Winter è molto sofisticata e parte dalle speculazioni sui debiti sovrani dei Piigs. L’obiettivo degli speculatori americani, e soprattutto di Soros - autore recentemente di una feroce campagna di stampa contro l’euro - è riportare il dollaro alla parità con l’euro, per consentirgli di riguadagnare il suo ruolo di moneta guida mondiale, un tempo indiscusso.