Da «il mio amico Gheddafi? Non lo disturbo» (Silvio Berlusconi) e «la Libia? Un modello di dialogo con le popolazioni» (Franco Frattini) siamo passati ai raid missilistici su Tripoli. Pressati dagli alleati, in particolare dalla Francia, anche l’Italia ha infine dovuto riconoscere che il rais libico non può più rimanere al suo posto. E tanti saluti al c.d. “Trattato di amicizia” con la Libia, per il quale un anno fa accampammo il dittatore beduino nella seicentesca Villa Pamphili, gli tributammo tutti gli onori col Carosello dei Carabinieri e ci rendemmo ridicoli al mondo permettendogli di insegnarci il Corano. «L’Islam dovrebbe diventare la religione di tutta l’Europa» disse protetto dalle sue amazzoni di fronte a 500 ragazze ben retribuite.
Prima della presentazione della mozione Pdl-Lega-Responsabili, nei confronti della Libia ormai pensavo di averle viste tutte da parte del Governo. Non è così, perché la Lega Nord è riuscita a inventarsi la “guerra a termine”: d’ora in avanti infatti si avranno «tempi certi da comunicare al Parlamento per concludere le azioni militari». E se in Libia o in un altro paese qualcuno vuole continuare a fare la guerra oltre il termine deciso dall’Italia, affari loro: noi ce ne andiamo a prescindere. Che fissare “tempi certi” per le missioni sia impossibile lo ha detto subito anche l’ammiraglio Rinaldo Veri, capo della componente navale delle forze alleate in Libia: «i progressi sono lenti ma costanti. La missione si concluderà solo quando tutte le truppe pro-Gheddafi si saranno ritirate e non ci saranno più minacce per i civili, come previsto dalla risoluzione 1.973 delle Nazioni Unite».




