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mercoledì 21 dicembre 2011

Lotta con noi, Elsa Fornero


Abbiamo tra i 18 e i 30 anni. Non abbiamo un contratto ma lavoriamo lo stesso.
Lavoriamo tanto, e bene. Ci piace lavorare. Sì, ci piace.
Perchè il nostro obiettivo, traguardo, sogno è l'indipendenza.
Uscire di casa come i nostri amici olandesi inglesi tedeschi. Pagare l'affitto e le bollette. Non dover chiedere soldi ai genitori o ai nonni. 
Lavoriamo per l'indipenza. Lottiamo per l'indipendenza.
Ma per noi in Italia lavorare non basta. 
Un mercato del lavoro impazzito, in apparenza senza regole, impedisce oggi ai giovani italiani di avere retribuzioni decenti: stage, praticantati, tirocini vengono utilizzati da imprese aziende e professionisti per ottenere manodopera gratis. La finalità formativa di questi strumenti è oramai stravolta.
In particolare l'abuso dello stage è fuori controllo: sempre più datori di lavoro aggirando la legge licenziano il personale a contratto per assumere nuovi stagisti, che ovviamente non pagano o pagano una miseria. Li sfruttano un po' di tempo, fino a sfinirli. E quando uno di noi se va possono scegliere fra altri tre.

venerdì 3 giugno 2011

I problemi dei giovani creati dai vecchi debbono risolverli i giovani

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"I vecchi hanno creato i problemi del mondo. Quelli che debbono risolverli sono i giovani". Parole di Giuseppe Mazzini, il quale mise in pratica questa sua convinzione con la Giovine Italia, associazione politica insurrezionale che ebbe un ruolo chiave nel Risorgimento italiano e alla quale aderirono migliaia di giovani italiani. 150 anni dopo il più grande problema dell'Italia, prima dei giudici comunisti e prima dei barconi di immigrati, è quello della generazione tradita. Se nel prossimo futuro non cambierà qualcosa, se la società tutta non prenderà atto delle disparità che stanno avvelenando il mondo del lavoro, quello che ci aspetta è una rivolta generazionale. Passeranno uno due tre anni ma arriverà. Il tempo di far uscire da scuole e università un altro po' di neet (Not in Employment, Education and Training), il tempo di logorare il cordone ombelicale delle famiglie e qualcosa anche in Italia accadrà. 
Perchè tutte le garanzie in questo Paese vanno a chi è sotto il riparo del posto fisso, il sistema di welfare è tarato solo sulla cig, la flessibilità va bene solo per "gli ultimi", quelli che con i loro contributi pagano le pensioni dei vecchi, ma non sanno se loro di pensioni mai ne avranno. Fatta la legge, trovato l'inganno: stagisti, precari, co.co.co. sono vittime di un sistema lasciato andare, che nessun politico ha il coraggio di riformare anche perchè siamo governati da una generazione Gollum (come l'ha definita bene il futurista), ultrasessantenni che mai senti parlare di cose come l'occupazione giovanile. 
E allora i problemi dei giovani creati dai vecchi debbono risolverli i giovani. 

domenica 30 gennaio 2011

Ci vuole la rivoluzione


Davvero bella l’intervista di Vittorio Zincone a Pierluigi Battista pubblicata questa settimana su Sette. Da standing ovation il passaggio in cui Pigi (classe ’55) afferma che “la rivoluzione andrebbe fatta contro la mia generazione, non contro la Gelmini. I garantiti tengono fuori i giovani precari”. Un concetto già espresso quest’estate da un suo articolo su Style (il magazine “maschile” del Corriere) intitolato “Ci vuole la rivoluzione” [a lato pagina conservata in agendina, dalla inconfondibile spiegazzatura].
Nella nuova emigrazione fatta di cervelli in fuga, nei partiti in mano da 20 anni alla stessa decadente classe politica, nella disoccupazione giovanile, nel sistema del welfare sbilanciato a favore di chi il posto ce l’ha già (e nullo per chi il posto se lo deve trovare), nella pensione che il precario non avrà e nei contributi che intanto paga a chi la pensione ce l’ha garantita. Lo vediamo ogni giorno. Oggi i giovani vengono sconfitti nel merito: “una nuova rivoluzione deve avere il merito come sua bandiera. Ecco perché i giovani dovrebbero chiedere conto con un certo vigore a noi anziani, abbarbicati alle nostre poltrone, avvinghiati ai nostri immarcescibili «diritti acquisiti», di questa spettacolare ingiustizia. Non invochino cooptazioni, non supplichino spazi magnanimamente concessi: se li prendano”.
Dai partiti, dai giornali e dalle aziende: i giovani da dentro devono far sentire la loro voce. “Senza una robusta spallata meritocratica questo Paese avvizzisce, si avvita, diventa decrepito, non irrorato da nessuna buona idea. Da nessun merito. Da nessun talento”. È ora di darsi una mossa. Ci vuole la rivoluzione.
Diceva: - se vogliamo fare una rivoluzione seria, ci sto. Ma se dopo 'sta riforma Gelmini finisce tutto, beh, c'è qualcosa che non va.

lunedì 24 gennaio 2011

Gioventù critica informat(ic)a


Propongo e consiglio la lettura di un interessantissimo articolo a firma di Luigi Zoja (psicoanalista junghiano e scrittore), nel quale vi ho ritrovato alcune mie stesse riflessioni riguardo all'emergere di una nuova coscienza critica giovanile grazie all'interazione tra nuove tecnologie informatiche e informazione. Queste le direttive principali: 
1) Non è vero che i giovani d'oggi siano privi di una coscienza critica politica. Il fatto è che essa non si esprime più come un tempo attraverso "l'azione". Il modello è passato dal Che a Saviano: l'anticonformismo si affida al pensiero e alla sua divulgazione attraverso "la parola";
2) Non è vero che internet limita il sapere, anzi. E' dimostrato che internet incrementa l'attitudine della lettura nei suoi utenti, invogliandoli a passare dal virtuale al libro cartaceo; 
3) Internet si pone come primo antagonista delle televisioni: le nuove generazioni hanno la possibilità di ignorare completamente il mezzo televisivo. I giovani hanno un rapporto diretto e attivo con l'informazione, assai distante dalla passività imposta dalle TV. 
Conseguenze? Il formarsi su internet di una coscienza critica giovanile potrà in futuro influire sulle vicende politiche nazionali. Se i partiti tradizionali non riusciranno a intercettare questi movimenti, trasformandosi anche concettualmente, il rischio (o l'auspicio?) sarà quello di assistere al passaggio del disagio giovanile dalla rete alla piazza, in maniera trasversale. Tunisia, Albania e Belgio non sono poi così lontani.   

Esiste una nuova generazione critica? Esiste. Ma è una realtà di cui non abbiamo un’immagine, proprio perché è nuova sotto tanti aspetti. Una generazione che si sente diversa non solo dalla massa post-ideologica attuale, ma anche dai movimenti ideologici degli anni ’60 e ’70.
I “movimenti” erano estroversi e collettivizzanti. I “giovani critici” di oggi sono introversi e individualizzanti (non individualisti, ma impegnati in un cambiamento che comincia da loro stessi). Non appartengono ad organizzazioni. Ma sono ormai molti (benché pochi se ne rendano conto). Il fenomeno è comune a tutta l’Europa. Ma questa avanguardia nascosta è sorprendentemente fitta in Italia. Il nostro paese, campione dell’inerzia mediterranea descritta da Braudel nella classe politica e in quella accademica, mostra invece fra i giovani un vasto rinnovamento.

venerdì 7 gennaio 2011

Disoccupazione: il rischio è una rivolta generazionale


Il messaggio di fine anno di Giorgio Napolitano ha ratificato lo stato di emergenza in cui si trovano i giovani italiani nel rapporto col lavoro. Secondo gli ultimi dati Istat il tasso di disoccupazione giovanile è al 28,9%, con un aumento di 0,9 punti percentuali rispetto a ottobre e di 2,4 punti rispetto a novembre 2009. Nel meridione supera abbondantemente il 35%. Si tratta del livello record dall'inizio delle serie storiche a gennaio 2004. Quasi un giovane italiano su tre è disoccupato. Inoltre secondo l’Ocse in Italia arriva quasi al 20% la percentuale dei giovani lasciati indietro, i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che hanno abbandonato la scuola senza un diploma e non lavorano. È il terzo peggiore dato dell’area, dopo Messico e Turchia. Segno che l’istruzione italiana non riesce a gestire in maniera adeguata la transizione scuola-posto fisso. 
A buon ragione il Presidente della Repubblica ha raccomandato che la disoccupazione giovanile diventi l’«assillo comune della nazione», perché in caso contrario l’Italia rischia di perdere la partita del futuro. Che molti giovani guardino con angoscia e preoccupazione il loro futuro è comprensibile. Per la prima volta nel dopoguerra i figli sono destinati a stare peggio e non meglio dei padri. Per carità, questo accade anche nel resto dell’Occidente; ma solo in Italia si fa poco o nulla per porvi rimedio.

giovedì 30 settembre 2010

Noi giovani, futuristi per natura


“Futuro e Libertà per l’Italia”: partire da un nome per proseguire un progetto. “Futuristi”: aggettivo nobile, storico, artistico, ma da meritarsi. Sicuramente ci farebbe piacere un giorno passeggiare e venire riconosciuti per questo: “guarda, quelli sono i nuovi futuristi!”. Un futurismo certo più politico che artistico, ma d’altronde anche lo stesso Filippo Tommaso Marinetti aveva nel 1918 creato il Partito Politico Futurista con lo scopo di tradurre nella lotta politica gli ideali del movimento futurista.
“Noi ci ribelliamo alla suprema ammirazione delle vecchie tele, delle vecchie statue, degli oggetti vecchi e dell'entusiasmo per tutto ciò che è tarlato, sudicio, corroso dal tempo, e giudichiamo ingiusto, delittuoso, l'abituale disdegno per tutto ciò che è giovane, nuovo e palpitante di vita”: nel 1910 Umberto Boccioni criticava la staticità dell’arte pittorica e i passatisti (coloro che amano esclusivamente il passato). Allo stesso modo oggi noi critichiamo l’immobilismo della politica italiana e la mancata apertura di una stagione dinamica e riformista.
“Giovani futuristi”: suona maledettamente bene. Così bene da sembrare un’endiadi. D’altra parte noi giovani siamo per natura futuristi: per spirito d’iniziativa, per dinamismo, per la volontà di essere avanguardia. C’è qualcosa che ci spinge a riconoscere sempre prima degli altri le buone idee, quelle da cui derivano mode e rivoluzioni. Forse perché il futuro noi un po’ già lo viviamo nel presente, essendo i cittadini di domani. O forse perché abbiamo il coraggio di buttarci in una cosa, senza stare a pensarci troppo, senza masturbazioni mentali. Ci basta riconoscere il giusto e il sbagliato, per scegliere il giusto.

mercoledì 8 settembre 2010

Intanto una generazione è andata persa


“Ma dove sono i trentenni e i quarantenni?”. Domanda tragica che negli ultimi tempi ho dovuto pormi due volte: la prima partecipando ad un coordinamento comunale del Pdl, la seconda assistendo alla presentazione nella mia città del Partito della Nazione (la nuova creatura di Casini). Di questi tempi si parla tanto di disaffezione dei giovani verso la politica, ma a mio parere si sbaglia nel considerare questa disaffezione un tratto distintivo dei ventenni. La generazione che veramente la politica ha perso è quella dei nati negli anni settanta e cresciuta nei ruggenti ottanta.
In queste prime settimane di vita, GenerazionItalia mi ha dato la possibilità di guardare da dentro la politica cittadina e di conoscere qualche protagonista. Devo dire che si avverte molto la mancanza della generazione dei trentenni-quarantenni, perchè rende più difficile il dialogo tra i gruppi giovanili e l’establishment di partito, generalmente formato da persone con almeno un cinquantina d’anni, se non di più: il divario culturale è evidente e in qualche modo ripropone dinamiche familiari. Le conseguenza negativa è la chiusura in sé stessa della comunità giovanile anche all’interno di un partito.
Ma perché si è persa questa generazione? La risposta che mi do è duplice. Da una parte ci sono le barriere all’ingresso che la classe politica italiana ha messo tra sé e le nuove leve negli ultimi vent’anni. Questo è un problema che parte dai vertici: la Lega è sempre Bossi, Berlusconi è finora stato l’unico collante per la destra, il PD è ancora D’Alema contro Veltroni.

domenica 16 maggio 2010

Non è un paese per giovani


In Olanda e in altri paesi europei a vent’anni i giovani lasciano le proprie famiglie e iniziano ad avere loro responsabilità nella gestione della vita quotidiana. In Italia invece è considerato normale che un giovane di trent’anni viva ancora con i suoi genitori. Le tappe verso il passaggio alla vita adulta, come finire gli studi, cercare lavoro, uscire dalla famiglia, formare una coppia stabile e avere dei figli, si stanno dilatando nel tempo. La flessibilità del lavoro e la mancanza di interventi sociali fanno sì che se un giovane con un contratto a tempo determinato rimane senza lavoro, molto spesso è costretto a tornare a vivere con i suoi genitori.
L’economia italiana è in declino, e i primi a denunciarlo sono gli stessi industriali. Conserviamo il debito pubblico più alto di tutta l’Unione Europea, e questo contribuisce a impedirci di fare le riforme necessarie per rilanciare la nostra economia. La crisi finanziaria del 2007/2008 è piovuta sul bagnato: negli ultimi 15 anni l’Italia è cresciuta meno degli altri paesi europei.
La classe politica è vecchia, anacronistica, attaccata ai suoi scranni. L’Italia è l’unico paese dove quando si perdono le elezioni non si cambiano i leader, ma il nome del partito. Di fronte al fallimento, la parola “dimissioni” non esiste. Così che gli stessi che comandavano 20 anni fa, comandano ancora oggi. In politica, nelle università e nel lavoro i giovani sono mal visti, come dei potenziali avversari, come quelli che ti possono rubare il potere. In questa situazione ai giovani rimangono due soluzioni: la prima è andarsene, cercando gratificazioni in altri paesi; la seconda è rimanere e aspettare l’estinzione dei dinosauri.
Siamo vicini all’esplosione di conflitto intergenerazionale? E’ probabile. Tuttavia quello che so con certezza è che oggi i giovani italiani iniziano ad essere molto stanchi dell’immobilità del paese nel quale vivono. Ci sono molti segnali di una voglia generale di cambiare. Il problema che abbiamo di fronte però non è piccolo: non si trova chi possa raccogliere questa voglia di cambiamento.

(fonte immagine: l'Espresso)

lunedì 3 maggio 2010

Il discorso agli studenti milanesi di Piero Calamandrei (1955)



"La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. È un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo. «La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?». Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino ipaurito domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva a svegiare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda». Quello dice: «Che me ne importa? Unn’è mica mio!». Questo è l’indifferentismo alla politica.

È così bello, è così comodo! è vero? è così comodo! La libertà c’è, si vive in regime di libertà. C’è altre cose da fare che interessarsi alla politica! Eh, lo so anche io, ci sono... Il mondo è così bello vero? Ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi della politica! E la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai.