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lunedì 25 aprile 2011

Sogno il 25 aprile


Questo 25 aprile il mio pensiero corre a Edgardo Sogno. Monarchico e liberale, antifascista sotto Mussolini e anticomunista nel dopoguerra. Eroe della Resistenza, rischiò più volte la vita durante la guerra civile. Per le sue imprese venne insignito della Medaglia d'oro al valor militare. Lottò sempre per la libertà e per l'Italia. Dette tutto sè stesso prima per la Corona e poi per la Repubblica: fece politica attiva nel Pli clandestino, poi confluito nel CLNAI. Prese le armi quando necessario. Dopo la guerra fondò il movimento Pace e Libertà, e quando gli ungheresi insorsero a Budapest nell'autunno del 1956, si gettò nella mischia e operò da Vienna per accogliere i profughi in fuga dalla repressione sovietica. 
Il mio pensiero corre a Edgardo Sogno perchè il suo è stato tra i massimi esempi della Resistenza italiana. Una Resistenza che a qualcuno piace ancora tanto descrivere e mitizzare come solamente rossa comunista, lasciando da parte chi dette un contributo pari se non maggiore: parlo dei resistenti azzurri, i badogliani, i monarchici, i militari, i cattolici, i socialisti e anche gli azionisti.  

La vita spericolata di Edgardo Sogno la trovate nel fantastico libro Testamento di un Anticomunista (scritto con Aldo Cazzullo).

domenica 2 gennaio 2011

Viva l'Italia!


“Ho visto antiberlusconiani difendere Berlusconi a un tavolo di tedeschi, e anticomunisti difendere i comunisti italiani a un convegno dell’università di Chicago”. Nel suo nuovo libro (Viva l’Italia!, Mondadori, con prefazione di Francesco de Gregori) Aldo Cazzullo parafrasa Roy Batty per tentare di spiegarci che non è vero che noi italiani non amiamo il nostro paese. È vero il contrario: quando siamo in Italia la dileggiamo continuamente, ma quando andiamo all’estero la difendiamo dalle critiche anche più giuste, offendendoci se qualcuno parla male di lei. D’altronde la mamma è sempre la mamma. Nel nostro caso una mamma giovane, che compie proprio quest’anno 150 anni. 
Il giornalista del Corsera sfrutta l’occasione dell’anniversario dell’unità d’Italia per ricordarci che per fare quest’Italia, dal Risorgimento alla resistenza passando per la Grande Guerra, i nostri trisavoli bisnonni nonni padri hanno dato tutto il sangue che avevano. In particolare il Risorgimento non piace a molti: né ai comunisti, che ne hanno sempre denunciato il carattere conservatore, né ai cattolici, dal momento che il Papa difese fino all’ultimo il proprio potere temporale. Tuttavia esso fu anche un movimento popolare: nel 1948 insorgono tutte le città della penisola, da Milano a Palermo a Venezia e Radetzky è costretto a rioccupare quasi tutte le città venete. Il realtà il Risorgimento è una grande saga, con eroi sconosciuti e grandi uomini “che dopo aver tentato di uccidersi l’un l’altro finiscono per allearsi in nome della stessa causa”. È infatti Cavour, politico morto più povero di quando era entrato in politica, a dire che «Garibaldi ha reso all’Italia il più grande dei servizi che un uomo potesse offrirgli: egli ha dato agli italiani fiducia in loro stessi, ha provato all’Europa che gli italiani sanno battersi e morire sui campi di battaglia per riconquistarsi una patria».

lunedì 21 giugno 2010

Amedeo Guillet, l'ultimo Cavaliere


Avevo scoperto la sua storia una notte d'estate con un documentario de La storia siamo noi, su RaiTre. Era nato nella mia città, Piacenza, il 7 febbraio 1909. Era figlio sia del nord che del sud, di genti piemontesi e capuane. La sua gioventù l'aveva donata all'Italia, iscrivendosi all'Accademia Militare di Modena, da cui uscì con i gradi di sottotenente di Cavalleria nel 1931. Veniva chiamato Cummandar as Shaitan, Comandante Diavolo, e Ahmed Abdallah al Redai, ma il suo vero nome era Amedeo Guillet. 
Scriveva di lui il grande Indro Montanelli: "se, invece dell'Italia, Guillet avesse avuto alle spalle l'impero inglese, sarebbe diventato un secondo Lawrence. È invece soltanto un Generale, sia pure decorato di medaglia d'oro, che ora vive in Irlanda, perché lì può continuare ad allevare cavalli e (a quasi novant'anni) montarli. Quando cade e si rompe qualche altro osso (non ne ha più uno sano), mi telefona...". 
Lo storico Sergio Romano lo descriveva come "uno dei più audaci e spericolati ufficiali di cavalleria dell'esercito italiano in Africa Orientale. Dopo la disfatta del 1941, Guillet non volle abbandonare il Paese e divenne capo di una banda di cavalieri eritrei, etiopici e arabi, la Gazelle Force, che continuò a combattere dietro le retrovie dell' esercito britannico. Vestiva panni arabi ed era accompagnato da una giovane donna, figlia di un capo, bella, orgogliosa, audace come un guerriero. Cominciò così una caccia alla volpe in cui la volpe sbucava improvvisamente dalla boscaglia per colpire il cacciatore e scompariva all' orizzonte in una nuvola di polvere e sabbia. Qualche mese dopo, inseguito dagli inglesi, dovette nascondersi a Massaua. Era piccolo, asciutto, aveva i baffi, la barba corta, i capelli neri, sopracciglia folte, la carnagione piuttosto scura e parlava arabo. Non si chiamava più Guillet, ma Ahmed Abdallah al Redai. Per sopravvivere e sottrarsi alle ricerche degli inglesi fece l' acquaiolo sino al giorno in cui, aiutato dai suoi amici indigeni, poté attraversare il Mar Rosso e trovare rifugio nello Yemen dove strinse amicizia con la famiglia regnante. Quando vi tornò, molti anni dopo, come ministro d' Italia, l' Imam a cui presentò le sue credenziali, lo guardò con un sorriso e gli disse: «Sei tornato a casa finalmente»."