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domenica 12 giugno 2011

Fino alla fine forza Piacenza


Sabato scorso al Garilli avevamo già capito tutto. Le facce dei giocatori dopo lo 0-0 con l'Albinoleffe erano inequivocabili: ripetevamo "ragazzi noi ci crediamo" proprio perchè avevamo capito che loro avevano smesso di crederci da un pezzo, da quella maledetta Atalanta-Piacenza. Da lì è iniziata la discesa, dopo un periodo di buoni risultati che ci aveva portato a 2 punti dai play-off. Gervasoni e Doni: una coppia che difficilmente dimenticheremo, sperando che l'ex cremonese - scherzo del destino - rimanga l'unico dei biancorossi ad essersi macchiato di nero. Ma quanti giocatori servono per truccare una partita? Bastano solamente un difensore e un attaccante? 
Domande che ora passeranno in secondo piano, perchè si è avverato quello che tutti temevamo e avevamo previsto non da mesi, ma da anni. Da quando dopo aver sfiorato il miracolo dei play-off con Degano e Simón, ad ogni giugno la squadra veniva smembrata, il progetto accantonato, le ambizioni ridimensionate in partenza. Abbiamo visto abbandonare tre grandi allenatori come Iachini, Pioli e Ficcadenti: tutti e tre lasciati andare perchè chiedevano che la squadra rimanesse competitiva. "Se retrocediamo, il Piace fallisce": lo dicevamo e lo sapevamo tutti che sarebbe andata così. Tutta la città lo sapeva. Ora abbiamo 20 giorni per  salvare il Piacenza, e non sembra esserci nessun sceicco alla porta.

lunedì 16 maggio 2011

La legge del contrappasso


Chi scrive ama il bel calcio e i bei giocatori, quelli che la palla sanno che è rotonda e la sanno accarezzare come si conviene a una bella ragazza. Puoi essere alto quanto vuoi e grosso come un'armadio ma se non sai fare due passaggi giusti di fila è meglio che ti dai alla lotta greco-romana. La regola che al calcio deve giocare chi ha i piedi buoni in Italia qualcuno sembra essersela dimenticata: mettiamo fisico e tattica sopra tutto il resto e coltiviamo sempre meno talenti. Ma si sa, i campionati non li vincono gli schemi di Delneri (anche se magari quelli ti salvano il Chievo): per vincere veramente qualcosa devi essere imprevedibile. I campionati (e le Champions) li vincono quelli con i piedi buoni. 
E quando d'estate mandi via quelli giovani con i piedi buoni come Giovinco per comprare a gennaio un LucaToni ormai tramontato (massima stima per il numero uno che fu, ma sottolineo: "che fu"), è giusto che l'anno prossimo non giochi neanche l'Europa League. E' la legge del contrappasso. 

lunedì 18 ottobre 2010

Tessera del tifoso: solo marketing


La questione ormai non tocca solo le curve, ma abbraccia la maniera di intendere il calcio in Italia in modo trasversale. Non sono stati solo gli appartenenti al mondo del pallone a criticare l’iniziativa del ministro leghista Maroni (da Lippi a Zamparini): le lamentele sono arrivate anche da dentro il Parlamento. Paola Frassinetti, Maurizio Paniz e Antonio Buonfiglio, tutti deputati del Pdl, hanno criticato infatti in maniera anche decisa la tessera del tifoso, difendendo le posizioni delle curve, “l’anima del tifo” allo stadio.
Tuttavia l’analisi più interessante della situazione è arrivata dal giornalista e scrittore Maurizio Martucci (ultima pubblicazione: Cuori Tifosi, Sperling & Kupfer, 2010), il quale ha descritto al Secolo d'Italia il provvedimento di Maroni come una complessa operazione di marketing. Innanzitutto il primo falso argomento da confutare è che all’estero le tessere del tifoso siano come quelle che si vogliono introdurre in Italia: “all’estero il modello è esattamente il contrario di quello voluto dal ministro Maroni e dall’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive – dice Martucci – perchè in Germania, Portogallo, Spagna e Inghilterra la tessera del tifoso non è obbligatoria ma facoltativa. Viene vissuta come un privilegio, non come un’imposizione calata dall’alto: non è necessaria per abbonarsi allo stadio. Non è una carta di credito e nemmeno una carta ricaricabile”.

giovedì 14 ottobre 2010

La Serbia ha sempre ragione


Per capire cosa sarebbe potuto accadere se gli eventi di Genova fossero degenerati in scontri cruenti, bisogna fare un salto indietro con la memoria al 17 settembre 2009: a Belgrado si giocava la partita di Europa League tra il Partizan e il Tolosa. Brice Taton, tifoso della squadra francese, venne aggredito con alcuni suoi connazionali da un gruppo di ultras serbi. Morì dopo dodici giorni, il 29 settembre 2009, a causa delle ferite riportate.
Sinceramente non capisco chi dice che martedì sera il calcio ha perso, solo perché non si è giocato una partita. Quando è a rischio la sicurezza pubblica e la vita stessa sia dei tifosi che degli agenti di polizia, coerenza ed esperienza ci dicono che la sospensione di una partita è il prezzo minore che deve essere pagato al bene superiore dell'integrità fisica e della vita umana. Il fatto che gli ultras serbi abbiano ucciso un tifoso straniero solo un anno fa in occasione di un’altra partita di livello internazionale forse non è stato ricordato abbastanza.
La violenza nel calcio serbo e balcanico è un fenomeno costante che è esploso con i conflitti armati nei Balcani e la disgregazione della vecchia Federazione jugoslava, unitamente al rafforzarsi dei sentimenti nazionalisti. Le tifoserie di Partizan e Stella Rossa sono tra le più violente al mondo, e uniscono le loro forze in occasione degli incontri della nazionale serba.

sabato 19 giugno 2010

Notti (e cene) mondiali


Chiedo scusa per questo post che abbassa decisamente il livello del blog. Tuttavia volevo farvi partecipi della felicità che ho provato scattando questa foto al televisore durante Notti Mondiali. Ignoravo fino ad allora che due giovani cronisti, Maurizio Costanzo e Giampiero Galeazzi, avessero un posto fisso nel commentare i mondiali di calcio sulla rete ammiraglia della Rai, in diretta da Piazza di Siena, Villa Borghese, Roma. Perchè in Sudafrica non puoi mai sapere che ti danno da mangiare.

lunedì 14 giugno 2010

10 motivi per odiare la vuvuzela


1) Toccateci tutto ma non il mondiale. Lo aspettiamo per 1450 giorni: ogni 4 anni vorremmo seguire per un mese tutte le partite in santa pace. La vuvuzela ha preso il posto della mamma come rompiscatole ufficiale, con l'aggravante di stare lì per tutta la partita.
2) Rumore. La vuvuzela non è uno strumento musicale. Non emette suoni, nè note, bensì solo rumore. Un sacco di rumore. E' come avere un calabrone nell'orecchio per 90 minuti.
3) Disturba i giocatori. Friedrich (Germania), Pazzini (Italia), Cristiano Ronaldo (Portogallo) e Gourcuff (Francia) sono solo alcuni dei giocatori che si sono lamentati del rumore delle vuvuzelas. In particolare tutti lamentano come sia difficile parlare con i compagni: "non si sente niente!".
4) Il gioco ne risente. Diretta conseguenza della mancanza di comunicazione tra i giocatori sono i passaggi sbagliate e le palle perse dovute a fraintendimenti tra compagni di squadra. I pochi gol segnati finora ne sono una prova.
5) Interessi commerciali. Uno dei principali motivi per i quali non sono state abolite, è dato dalle grosse perdite economiche che avrebbero subito le imprese fabbricanti. Il giro d'affari durante i mondiali della sola Masincedane Sport, leader del settore, è stimato in 2 milioni di dollari.
6) Utilizzo improprio. La suonassero solo quando c'è un gol, potremmo farla passare, ma 90 muniti filati sono tanti. Se li moltiplichiamo per tutte le 63 partite decisamente troppi. Perchè amico sudafricano devi festeggiare anche i falli laterali?
7) Può rendere sordi. Il livello di intensità del suono di una vuvuzela può arrivare fino a 127 decibel, solo 3 dB in meno del motore di un aeroplano (130 decibel), e solo 13 dB in meno rispetto la soglia del dolore (140 decibel). Dannosa oltre che fastidiosa.

domenica 6 giugno 2010

Francesca, la trota e la Padania


Ieri mentre Francesca Schiavone vinceva - prima italiana nella storia - il Roland Garros, a circa 2.500 chilometri di distanza, in mezzo al mediterraneo in quel di Gozo scendeva in campo la nazionale di calcio della Padania per affrontare nella finale della Viva World Cup 2010 la temibile e navigata formazione del Kurdistan.
L'altro ieri Fabrizio Roncone dalle sacre pagine del Corriere della Sera ci raccontava di come la formazione padana avesse battuto gli acerrimi rivali del Regno delle Due Sicilie in semifinale: "i borbonici hanno, di fatto, perso nell'intervallo. Quando nello spogliatoio accanto è entrato Renzo Bossi, il figlio prediletto del senatùr, il ragazzo che ancora qualche sciocco si ostina a chiamare la trota - come, in effetti, suggerì però di definirlo il padre, che detesta la metafora dei delfini - e che invece dovreste vedere come sta, e con quale piglio, nel ruolo del piccolo team-manager".
Ieri, pur soffrendo, la trota guidava i suoi pesci alla conquista della terza coppa consecutiva. Nulla poteva il valoroso popolo curdo di fronte allo strapotere di Maurizio Ganz, glorioso scudettato milanista nell'anno di grazia 1999. Invano difatti il Kurdistan protestava con l'arbitro per un gol annullato in fuorigioco. Una finale così combattuta non la si ricordava dal 2006, quando la Lapponia si era laureata campione del mondo battendo il Principato di Monaco solamente per 21 a 1.
Molto molto lontano la Schiavo festeggiava sul Court Filippe Chatrier un risultato così straordinario che costringeva persino il papone Umberto a riconoscere le qualità di 'sta ragazza cresciuta in Padania da famiglia irpina: "Interessante, quella lì, nata nel quartiere Gallaratese di Milano". Poche parole ma dense di significato.

sabato 8 maggio 2010

Totti, Zidane e Balotelli


"Sul campo non si riescono sempre ad ignorare offese così pesanti a livello personale e insulti contro una città e un intero popolo". Sul sito ufficiale di Francesco Totti campeggia ancora oggi questa scritta. Più che una spiegazione sembra che il capitano giallorosso cerchi una scusa, come fece Zidane dopo aver rifilato la celeberrima testata a Materazzi durante la finale di Germania 2006. In quel caso il francese si giustificò davanti all'intera nazione dicendo sostanzialmente che se a un uomo si toccano la mamma e la sorella, questo non può esimersi da farsi giustizia da sé. Una nazione intera gli dette ragione e non ci fu nemmeno bisogno di perdonarlo. 
Totti segue la stessa linea: chiama a raccolta il suo popolo sapendo che questo è sempre e comunque con l'ottavo re di Roma. Di più: un'offesa a Totti e un'offesa a Roma sono le stessa cosa.
Chi ha giocato seriamente a calcio sa che gli insulti sono all'ordine del giorno durante le partite. Ci sono sempre stati e sempre ci saranno perché sono il metodo più facile per destabilizzare psicologicamente l'avversario e non costano nulla: se vieni insultato da un avversario ti girano, ma mica puoi chiedere all'arbitro di ammonirlo!
Sarebbe più onesto in questi casi ammettere i veri motivi per cui vai a rincorrere Balotelli rifilandogli il calcione da dietro: perchè stai perdendo la Coppa Italia e non ci puoi fare nulla, perchè l'Inter è più forte e vincerà anche il campionato, perchè è un momento di merda e ti tocca anche entrare anche dalla panchina con la squadra già sotto, vuoi spaccare tutto ma stasera sei solo in grado di spaccare la gamba a quel negro che ti ha rubato la palla.

lunedì 22 febbraio 2010

Il Togo squalificato per i suoi morti


L’8 gennaio 2010 l’autobus che trasportava la nazionale di calcio del Togo in Angola è stato vittima di un sanguinoso attentato che ha causato il ferimento di nove persone e la morte di tre membri della delegazione togolese. La strage è avvenuta in Cabinda, un’enclave angolana posta tra il Congo-Brazzaville e la Repubblica Democratica del Congo, grande poco più della Provincia di Trento e abitata da 420 mila persone.
La Cabinda, oltre agli attacchi terroristici portati avanti contro le truppe angolane, è devastata da una guerra civile tra le due organizzazioni indipendentiste presenti sul territorio: il Fórum Cabindês para o Diálogo (Fdc) ed il Frente para a Libertação do Enclave de Cabinda (Flec). La prima nel 2006 ha accettato una tregua con il governo di Luanda, respinta dalla seconda.
Gli interessi in gioco sono molti. L’Angola è divenuto nel 2009 il primo produttore di petrolio del continente africano e Luanda produce il 60% dei propri idrocarburi proprio in Cabinda. In questa sottile striscia di terra sono presenti alcune delle più importanti multinazionali del settore (comprese la francese Total, l’americana Chevron e l’italiana Eni).
Tre giorni fa (19/02/2010) il Tribunale di arbitrato sportivo di Losanna (TAS) ha respinto provvisoriamente il ricorso della Federazione togolese che chiedeva l'ammissione alla Coppa d'Africa del 2012. Il Togo è stato squalificato dalla Confédération Africaine de Football (CAF) per le prossime due edizioni a causa della decisione di ritirarsi dalla manifestazione.