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lunedì 2 novembre 2009

Alda Merini: scomparsa di un'intellettuale

L’affetto con cui la rete ha risposto alla notizia della morte della poetessa Alda Merini è allo stesso tempo sia incredibile che rassicurante. Incredibile perché dilagante, vivo e sincero, manifestato da migliaia di internauti su blogs e social networks. Rassicurante perché indice di una passione culturale che sembrava quasi estinta di questi tempi nel nostro Paese.
Alda Merini era una persona strana: piccola, anziana, poco telegenica. Ma dotata di un’immensa cultura della vita che le consentiva di non dire mai cose banali. L’immenso talento poetico segnato dalla sofferenza e dalla voglia di rinascita le ha dato montagne di premi, arrivati soprattutto nel periodo successivo alla permanenza in manicomio. Era stata proposta per il Nobel. Nel 2002 era stata anche insignita del titolo di Commendatore al merito della Repubblica Italiana dal Presidente Ciampi. Tuttavia nei suoi confronti l’Italia è stata indegna, come per tanti altri intellettuali.
Soprattutto ora che il Paese sta attraversando una innegabile crisi morale e culturale, la perdita della coscienza della Merini si fa più pesante. Mi accorgo sempre più spesso come gli intellettuali veri stiano sempre più scomparendo. I media e la madre televisione in particolare ne sono la riprova. Gli intellettuali sono stati sostituiti dagli opinionisti, dotati peraltro di ben scarsi titoli. Una volta avevamo Pasolini che faceva televisione. Oggi?
A parte qualche comparsata in seconda serata la Merini è stata ignorata dalla TV. Peccato, su questo mezzo si sente la mancanza di persone che facciano pensare.
Alda Merini è morta ieri pomeriggio a Milano. Aveva 78 anni. Aveva scelto di vivere in una piccola casa sui navigli in condizioni disagiate. Per illustrare l'irrequietezza e la generosità del suo animo allego un’intervista significativa, rilasciata un anno fa.
«Sa perché sono entrata in manicomio? Perché la persona che amavo più di me stessa, mio marito, mi ha tradito, facendomi passare per demente. Hanno creduto a lui e non a me perché era più forte, era quello che portava i soldi a casa. Si è disfatto di me. Però a volte penso che se non avessi provato sulla mia pelle l’esperienza tremenda del tradimento, e quindi quella del “lager”, dopo non avrei scritto gran parte delle mie poesie più belle. Dopo tutto, volendo usare una metafora religiosa, se non ci fosse stato Giuda non avremmo avuto il Cristianesimo. Con gli anni ho capito che quel “mezzo” terribile, che ha sfasciato una famiglia, e che poteva distruggere la mia anima per sempre, è stato una linfa vitale per la mia poesia. Non avrei mai potuto scrivere la mia raccolta più bella, “La terra santa”. Ho odiato mio marito per il male che mi ha fatto. Uscita dal manicomio non ho raccontato nulla di ciò che mi era capitato né a lui né ad altri. Poi, dopo cinque anni, mi sono messa a scrivere “L’altra verità. Diario di una diversa”, che nessuno voleva pubblicare, visto che per la prima volta raccontavo gli orrori che subivamo noi matti. Avevo messo il dito nella piaga. Lui, il mio primo marito, era in fin di vita. Io, nonostante tutto, l’ho curato fino all’ultimo. Quando ha letto quelle pagine, piangendo mi ha chiesto di perdonarlo, non poteva credere che io fossi stata vittima, insieme a tanti altri, di tali soprusi».

(fonte dell'intervista: Resistenze Culturali)

domenica 25 ottobre 2009

Quando la RAI educava


Ieri mattina facendo zapping mi sono imbattuto in un lungo servizio su rai 3 dedicato alla figura di Alberto Manzi, l'allora famoso maestro della trasmissione televisiva degli anni sessanta “Non è mai troppo tardi”. Di questa figura, forse a causa della mia giovane età, devo ammettere che non avevo conoscenza, ma quell'unico servizio mi ha talmente folgorato che ho voluto approfondire le sue opere.
Alberto Manzi per primo utilizzò il mezzo televisivo a fini didattici, pensando soprattutto alle fasce sociali più deboli. Educare gli allievi a pensare era il suo obiettivo principale ed il suo metodo di lavoro era tutto strumentale a questa finalità kantiana.
Aveva tre lauree (biologia, pedagogia e filosofia) e iniziò ad insegnare presso una struttura carceraria minorile romana. Raccontava che quando per la prima volta entrò in quella classe, il capo dei ragazzi si avvicinò a lui dicendogli avrebbe dovuto starsene per tutte e quattro le ore di insegnamento seduto a leggere il giornale lasciandoli in pace. Manzi gli rispose che no, non poteva farlo perchè lui lo pagavano per insegnare. "Allora ce la giochiamo" rispose il bullo. "Come?, a carte?". "No, a botte". Avendo Manzi da poco finito la naia in marina il bullo le prese sonatamente. Della quarantina di ragazzi a cui insegnò in carcere solo tre tornarono dentro una volta usciti.
Era un grandissimo pedagogo. Attraverso il suo programma insegnò a milioni e milioni di italiani a leggere e scrivere. "Non è mai troppo tardi" fu concepito come strumento di ausilio nella lotta all'analfabetismo. Il programma riproduceva in televisione delle vere e proprie lezioni di scuola primaria, con metodologie didattiche rivoluzionarie per l'epoca, dinanzi a classi composte di adulti, soprattutto anziani, e analfabeti. Memorabile è la scena della vecchietta che a 92 anni impara a leggere senza sillabare guidata con la bacchetta da Manzi.
Fu scelto per il programma dopo aver stracciato al provino la lezione sulla lettera "o" che gli era stata consegnata come copione. Nella circostanza Manzi improvvisò una lezione alla sua maniera.
Le trasmissioni avvenivano nel tardo pomeriggio, prima di cena. Manzi scriveva con un carboncino su grandi fogli di carta montati su di un cavalletto. Accompagnava le lettere e le parole con disegnini accattivanti finalizzati ad attrarre l'attenzione dello studente. Le sue lezioni oggi potrebbero oggi definirsi "multimediali", in quanto faceva un grosso uso di strumenti quali lavagne luminose, registrazioni audio e video. Il programma venne sospeso nel 1968, anno dopo il quale Manzi tornò all'insegnamento scolastico.
Mi chiedo se la pubblica utilità ed il servizio che dava la RAI con la trasmissione "Non è mai troppo tardi" siano oggi così antistorici. Se è vero che il 44% degli italiani si avvicina ad analfabetismo di ritorno ci devono esserre delle spiegazioni. Oltre all'incapacità della scuola in generale di svolgere la sua funzione di insegnamento, credo che molta colpa abbiano anche la televisione e la RAI in particolare. La televisione è l'unico media a cui accede la stragrande maggioranza degli italiani, per questo non gli si può togliere un ruolo educativo. Certo ritornare alle lezioni di Manzi sarebbe eccessivo, ma qualcos'altro si dovrebbe fare per porre un freno alla crisi culturale che attraversiamo e che si fa sempre più grave.